mercoledì 3 giugno 2009

Articolo Musica - Nick Drake "Five leaves left"




















Fonte (www.nextplay.it)

L'anno d'uscita è il '69. E' facile allora pensare a Woodstock, primo evento ad avvicinare definitivamente il rock ad un pubblico di massa, oppure all'esplosione di quell'hard rock inglese che sarà idolatrato da migliaia di "headbangers" (il trio magico "Led Zeppelin", "Black Sabbath" e "Deep Purple"), senza dimenticare "Abbey Road", ultimo vero disco dei Beatles, autentici maestri in fatto di successo e fama pop. Invece al posto della sconfinata fattoria di Bethel, invasa da cinquecentomila persone in nome del "peace and love" e della voglia di rivoluzionare un mondo intero, bisogna spostarsi a sud di Birmingham, nel tranquillo villaggio di Tanworth in Arden, un paesaggio bucolico quasi incontaminato dove Nick passa la sua infanzia e la sua tarda adolescenza a contatto con la natura, mentre ai singoli e alle scalate da classifica dei "Fab Four" fa da contraltare una vita lontana dai riflettori e dagli eccessi (non esiste alcun video di qualsivoglia canzone nè tantomeno è mai stato pubblicato un singolo) con la costante dell'incapacità comunicativa di un mondo interiore fin troppo sensibile e tormentato. Una tappa cruciale è l'esibizione di Drake ad un piccolo concerto di beneficenza alla RoundHouse di Londra, dove il bassista dei "Fairport Convention" Ashley Hutchings, mentre vaga fra il pubblico, viene attratto dal carisma e dalla personalità di questo diciannovenne al punto da affermare : "Strideva piacevolmente con quello che succedeva a quei tempi.Era un'epoca di eccessi e lui si esibiva con una estrema semplicità." Lo segnala al suo produttore Joe Boyd a fine serata, il quale dopo aver ascoltato un demo di quattro tracce, non esita a proporgli un contratto discografico. Nell'estate del '68 iniziano le registrazioni di "Five Leaves Left", esordio assoluto a soli ventanni. Il giovanissimo Nick si dedica anima e corpo alla realizzazione dell'album, coadiuvato dall'esperto tecnico del suono John Wood e dal suo produttore che gli consiglia Richard Hewson come arrangiatore dei pezzi.

Drake sa che l'arrangiamento dei suoi brani, eseguiti chitarra e voce, è fondamentale alla riuscita del sound che ha in mente, per questo licenzia Hewson chiamando il suo vecchio compagno di college Robert Kirby, anche lui nemmeno ventanni e assoluto esordiente, capace però di assecondare al meglio il talento di Nick. La registrazione di "Five Leaves Left" dura circa un anno e Kirby lavora in maniera maniacale insieme ad una sezione d'archi di quindici elementi, arrangiando alla perfezione l'ossatura di ogni singola canzone. Quando si ascolta per la prima volta la voce di Drake, si rimane in qualche modo piacevolmente schockati. La delicatezza del suo timbro sembra accarezzare tutto ciò che lo accompagna : è come fare un viaggio fra i colori tenui e impalpabili che solo certi luoghi come la campagna in cui è cresciuto possono avere. I colori e gli elementi naturali si ritrovano spesso all'interno delle immagini evocate dai suoi testi, ad esempio citando "Way to blue" : "Have you seen the land living by the breeze, can you understand a light among the trees, tell us all today if you know the way to blue". Le tematiche riflettono le difficoltà nel rendere partecipi gli altri del suo immenso universo emozionale, trovando unico rifugio nel mezzo espressivo più funzionale (le canzoni) e nella narrazione di storie legate indissolubilmente al suo passato. In "Cello Song" la forza delle immagini è ingenuamente affascinante : "while the earth sinks to its grave, you sail to the sky on the crest of a wave", mentre nella conclusiva "Saturday Sun" il sole arriva senza avvisare e la gente colta di sorpresa si trova in un dolce imbarazzo non sapendo cosa fare : "Saturday sun came early one morning, in a sky so clear and blue, saturday sun came without warning so no-one knew what to do."

Appena uscito, il disco non ha avuto un gran successo commerciale (il mercato di allora era in fibrillazione per tutto ciò che suonasse "dannatamente" rock). Pur esibendosi di spalla ai "Fairport Convention" e riscuotendo una grande approvazione dal pubblico, Nick abbandona frettolosamente il palco, dimostrando un palese disagio riguardo le performance live : al rumore dei fans che urlano e sbraitano all'interno di location troppo dispersive, preferisce uno sgabello, una chitarra e qualche amico (qualche anno più tardi si chiuderà in un vero e proprio isolamento). Questi tratti assoluti del suo essere andranno via via estremizzandosi trovando la loro perfetta collocazione nel suo terzo album "Pink Moon", datato 1972, suo indiscutibile capolavoro ed espressione unica di questo dramma esistenziale. Lascia scorgere quella che sarebbe potuta essere la sua incredibile evoluzione musicale, se solo non avesse trovato a soli 26 anni il tragico epilogo. In vita pochi si accorsero del suo talento cristallino mentre oggi è considerato uno dei più rivoluzionari songwriter mai esistiti, vantando schiere di ammiratori e fans travolti da una passione che definire viscerale è un eufemismo. D'altronde come profetizzava Nick in "Fruit Tree" : " Fame is but a fruit tree so very unsound, it can never flourish till its stalk is in the ground. So men of fame can never find a way, till time has flown far from their dying day".

Articolo Musica - Dead Can Dance "The serpent's egg"














Fonte (www.nextplay.it)

Discendenti diretti della scena dark londinese che annovera tra le sue fila mostri sacri quali "Joy Division", "Bauhaus" e "Siouxsie and The Banshees", i "Dead Can Dance" hanno saputo allontanarsi dal punk che animava la proposta musicale di quei gruppi, approdando ad un'attitudine distante anni luce dai canoni più propriamente rock, risultando dei veri capiscuola per quanto riguarda tutto il successivo filone del "gothic". Lavoro dopo lavoro hanno assorbito centinaia di influenze diverse, dalla musica da camera al folk più mistico e tribale, dalla solennità dei canti religiosi al folk più antico, mescolando il tutto con reminiscenze rinascimentali e arrangiamenti cameristici. Quella dei DCD sembra quasi una missione volta al recupero di temi cari a epoche lontane (l'uso di strumenti oggi in disuso ne è una testimonianza lampante), dove la simpatia per la letteratura ed il folk europeo diviene meticoloso studio ed analisi appassionata. Se nel primo album erano stati paragonati alle atmosfere eteree dei "Cocteau Twins" più sognanti, con il passare degli anni ogni capitolo ha aggiunto qualcosa all'universo DCD, passando per il capolavoro "Spleen and Ideal" e arrivando al nostro "The Serpent's Egg" datato 1988. Brendan Perry e Lisa Gerrard si dividono le parti, l'uno più propenso ad un approccio cantautorale, l'altra spesso immersa in divagazioni mistiche che valorizzano appieno la sua straordinaria forza evocativa. L'iniziale "The Host of Seraphim" è una dichiarazione d'intenti : nessun fronzolo e arrangiamenti ridotti all'osso per preservare l'impronta solenne e religiosamente perfetta conferitagli dal canto della Gerrard. Con "Severance" Perry raggiunge forse il suo apice assoluto, sia musicalmente che per quanto riguarda le liriche, un synth immaginifico accompagna una storia narrata con tono profetico e sommesso insieme ("Omen signs in the shapes of things to come. Tomorrow's child is the only child").

Lisa Gerrard firma "The writing on my Father's hand" e "Chant of the paladin", la prima sospesa fra echi arabeggianti, la seconda un vero e proprio mantra ipnotico catapultato in ambienti medievali che influenzerà gran parte dell'odierno "folk marziale". "Mother Tongue" si appropria dei più primitivi ritmi tribali africani fondendoli con echi di matrice balcanica. "Ulysses" è un'altra splendida storia in musica da parte di un Perry quanto mai epico, un inno al risveglio universale e all'abbandono di qualsiasi remora esistenziale :"John Francis Dooley, wipe the sleep from your eyes and embrace the light, you have slept now for a thousand years beneath starless nights and now it's time for you to renounce the old ways and to see a new dawn rise. Just like Ulysses on the open sea on an odyssey of self-discovery". Come lo ha già definito la Gerrard, Perry non è solamente un grande artista ma una sorta di "antropologo del suono", che col passare del tempo, ha affinato e maturato le sue conoscenze fino a raggiungere soluzioni musicali mai sperimentate prima. Il connubio fra i due supera qualsiasi canone tradizionale di scrittura, e nei loro live raramente eseguono brani della loro discografia, lasciandosi piuttosto trascinare da temi sonori improvvisati. Per inquadrare in un'ottica definitivamente assoluta l'operato dei DCD in tutti questi anni, bisogna riesumare un'intervista di Ivo Watts-Russell (titolare della storica etichetta londinese 4AD) che, cercando di spiegare l'attitudine fondamentale del loro progetto, riesce a regalare forse una delle più belle gratificazioni per chi compone musica :"Sono venuto a sapere che da quando i Dead Can Dance si sono separati, Brendan ascolta musica, vecchia musica rock, e possiede un'impressionante collezione di CD. Mentre lavoravo con loro, non ho mai avuto l'impressione che Brendan e Lisa ascoltassero qualcosa. Sembravano essere nel loro mondo."

Articolo Musica - "Joanna Newsom and the Ys street band"




















Fonte (www.nextplay.it)

L'uscita dell'Ep "Joanna Newsom and the Ys street band" è un ottimo pretesto per fare un salto indietro di un anno, quando la giovane cantautrice californiana diede alle stampe la sua opera più complessa e ambiziosa che risponde al nome di "Ys". Mi sembra giusto spendere almeno due parole riguardo l'ultima uscita, un Ep con una traccia inedita e due brani provenienti dai primi due lavori riproposti con arrangiamenti diversi dagli originali. Il titolo è una parodia in salsa "springsteeniana" che rende omaggio alla celebre "E street band" del "Boss", senz'altro l'influenza meno palese che viene in mente ascoltando le composizioni di Joanna.

"Colleen" (la traccia inedita) ci restituisce l'anima più folk della Newsom, in bilico tra le tanto care sonorità irlandesi e un'atmosfera epicamente malinconica. Molto più soft l'adattamento di "Clam, Crab, Cockle, Cowrie", brano ripescato dall'esordio di "The milk-eyed mender", una ballata che sa di fiaba. Chiude l'Ep la rivisitazione di "Cosmia", traccia conclusiva del già citato "Ys", qui riproposta con l'aggiunta di alcuni strumenti tra cui una fisarmonica che si destreggia abilmente sia nelle parti prog che in quelle più trasognate. Ma è di "Ys" che bisogna parlare, a cominciare dai nomi illustri che hanno partecipato alla realizzazione dell'album, Steve Albini (Shellac) per quanto riguarda la registrazione di voce e arpa, e Van Dyke Parks (compagno di viaggi psichedelici e sperimentazioni a tutto tondo di Brian Wilson dei Beach Boys) per le orchestrazioni e gli arrangiamenti d'archi. La Newsom con "Ys" ha saputo allontanarsi dalle facili etichette che le erano state affibbiate dalla critica dopo l'esordio, ossìa l'appartenenza a quella scena "new folk" di cui fanno parte anche "Cocorosie" e il menestrello "Devendra Banhart" che l'ha voluta con sè nei tour degli scorsi anni. Il salto più grande Joanna lo compie abbandonando i tradizionali canoni di forma canzone per approdare a vere e proprie composizioni teatrali in musica, racconti visionari che fanno volentieri a meno della canonica alternanza strofa - ritornello, dove protagonista assoluta è l'incredibile voce della Newsom.

Si sono sprecati molti paragoni con Bjork ma ciò che contraddistingue Joanna, oltre ad un timbro rarissimo, è il saper scandire con un'incredibile naturalezza i diversi piani narrativi dei suoi racconti, emotivamente intensissime con un approccio drammaticamente teatrale le parti dialogate, piene di epicità e trasporto quelle che accompagnano gli spostamenti e le azioni dei personaggi in scena. E' un continuo susseguirsi di visioni psichedeliche sorrette dall'accompagnamento dell'arpa della Newsom e soprattutto degli archi di quel Van Dyke Parks che in quanto a colonne sonore e arrangiamenti è secondo a pochi. Prendendo spunto dalla leggenda di "Ys", isola magica dove una sirena ammalia col suo canto i marinai che si avvicininano ad essa, dà vita a cinque suite della durata media di dieci minuti dove un lessico molto ricercato, di frequente si incontrano termini che sanno di neologismo, siaccompagna a sceneggiature ibridate a metà fra "Hans Christian Andersen" e "Tolkien" (scusate l'azzardo). Racconti che lasciano sospesi a mezz'aria, scene bucoliche in cui i colori della natura che fa da sfondo alla narrazione sono descritti sapientemente dagli strumenti (l'arpa che mima il crepitio del fuoco che lentamente si allontana, "fire moves away..", in "Only skin" è uno dei momenti più riusciti dell'album). Un lavoro di non facile ascolto che una volta metabolizzato difficilmente lascerà indifferenti, come dopo essersi risvegliati da un sogno che sa di fiaba.

Articolo Cinema - "Shine a light" Martin Scorsese













Fonte (www.silenzioinsala.com)

Nel lontano 1966, proprio mentre i Rolling Stones si trovavano nel bel mezzo del decennio che li consacrò in maniera definitiva e universale come l’ineguagliabile incarnazione del famigerato “Sex, Drugs and Rock’n’Roll”, un giornalista pose per la prima volta a Mick Jagger una domanda che sarebbe divenuta una fastidiosa costante negli anni a seguire: “E’ vero che questo sarà l’ultimo tour dei Rolling Stones?”. Rileggendola oggi fa un certo effetto, visto che “le pietre rotolanti” suonano, cantano, ballano e soprattutto sudano ancora sui palchi di mezzo mondo a 46 incredibili anni di distanza dal loro debutto live al “Marquee” di Londra. Ben poche persone immaginavano ai tempi che la band potesse reggere così tanto in nome del sacro “rock’n’roll”, pensando che una vita così piena di eccessi e vizi celasse dietro di sé un declino lento e inesorabile.

Shine a Light si prende gioco di tutte queste congetture. Pensato da quell’istrione di Scorsese come un regalo alle migliaia di fans degli “Stones”, riesce a conferire un valore che sa di testamento nei confronti di una delle band più influenti della storia della musica, immortalandola dal vivo (nella dimensione che li riassume meglio di qualsiasi altra) al “Beacon Theater” di New York. Il regista americano non è affatto nuovo a lavori di questo genere, essendo stato aiuto regista del più famoso e storico documentario musicale mai esistito (Woodstock), e avendo curato il documentario su Dylan No Direction Home. Prima di lasciare spazio alla musica, Scorsese si sofferma sulla organizzazione del concerto e su una preparazione alquanto travagliata della scaletta, mentre i membri della band sono ritratti in un backstage denso di fumo e buon umore. L’apertura è affidata alla chitarra elettrica di Richards in un tripudio di luci, fiamme (come preventivato dallo stesso Scorsese prima dell’inizio) e una coreografia degna dell’evento che sta incorniciando. L’entrata in scena di Mick Jagger (definirlo in forma è un chiaro eufemismo) ci ricorda il perché sia considerato uno dei frontman più energici ed esplosivi di sempre, un vero e proprio animale da palco che distribuisce da più di 40 anni adrenalina pura a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vederlo sculettare nelle sue storiche performances. Keith Richards sembra fare l’amore con tutti quelli che lo circondano sopra e sotto il palco, viene da pensare che se non fosse stato una rockstar avrebbe sicuramente fatto l’attore (cosa che non si è fatto scappare vista la sua interpretazione nel seguito dei Pirati dei Caraibi). Degne di nota le partecipazioni di un inizialmente imbarazzatissimo Jack White (White Stripes), un sorridentissimo Buddy Guy che riesce a trasportare in uno stato di trance blues il sempre ciondolante Richards elargendo tonnellate di assoli direttamente provenienti dal Delta del Mississippi, e una esplosiva (non solo per le doti canore) Christina Aguilera. Qua e là c’è anche spazio per delle memorabili interviste ritraenti il più delle volte Mick Jagger e Keith Richards alle prese con la classica battaglia giornalista - rockstar, dove risposte allucinate e fortemente ironiche al limite del paradosso sembrano l’unico modo per sottrarsi all’abituale gogna mediatica.

Shine a Light è il manifesto di una band che non ha mai sottovalutato il contatto diretto con il pubblico, considerandolo invece fonte costante ed inesauribile di energia anche quando artisti storici (vedere alla voce Bob Dylan o Beatles, per intenderci) rinunciavano alle esibizioni dal vivo, in favore di contratti da studio molto più rassicuranti di estenuanti tournée su e giù per il mondo. Jagger una volta disse: “Non voglio essere un cantante rock per tutta la vita. Non potrei sopportare di finire come Elvis a cantare per migliaia di casalinghe disperate e vecchie signore immobili. E’ veramente deprimente”. Vedendo il suo stato di forma attuale si potrebbe senza dubbio asserire che quella predizione apocalittica è molto lontana dall’avverarsi: se oggi guardando i Rolling Stones dimenarsi sul palco con la stessa foga e le stesse “cattive” intenzioni di decenni fa non si grida al miracolo, poco ci manca. D’altronde “that’s only rock’n’roll”.

Articolo Cinema - "Maradona di Kusturica" Emir Kusturica












Fonte (www.silenzioinsala.com)

Lascia senza dubbio il sorriso sulle labbra questo documentario-biografia del calciatore che più ha fatto parlare di sé durante e dopo la sua carriera, quest'ultima più simile ad un’odissea (proprio lui novello Ulisse in viaggio fra Sudamerica, Europa e la tanto amata Cuba) costellata da ascese e cadute fulminee piuttosto che ad una storia di calcio come tante altre. Quando si sposta l’obiettivo sul “Pibe De Oro” si è ben consci che il pallone è soltanto uno sfondo da cui partire per analizzare prima di tutto uno splendido fenomeno sociale.

Eccellente nella realizzazione di un’idea tutt’altro che facile (parlare di Diego Armando Maradona da un punto di vista diverso e meno calpestato da altri media) , Kusturica riesce a fornirci l’essenza più profonda del campione argentino, la multiformità, il genio e la voglia di viaggiare tanto cari all’eroe omerico di cui sopra, consegnandolo di diritto (se ce ne fosse ancora bisogno) nel limbo degli dei. “La mano de Dios” diventa un’espressione di protesta, un grido rivoluzionario di una nazione in ginocchio che vede nella sua persona e nel calcio l’unica possibilità di riscatto agli occhi del mondo. E’ un viaggio nell’anima, nella mente e nei ricordi di un uomo e del suo popolo. Se il fondo monetario internazionale ha umiliato e annichilito paesi come l’Argentina e la Serbia, il riscatto matura nella sera del 22 giugno 1986, quando grazie all’aiuto del suo multiforme ingegno (la “Mano de Dios”) e al suo talento inumano, Maradona sconfigge da solo la potente armata britannica in tempi in cui “Le Malvinas” accecavano d’odio gli argentini nei confronti dei soprusi inglesi. Si vedono cosi i tre volti di quest’uomo: il più grande calciatore di tutti i tempi, il rivoluzionario anti Bush amico di Fidel Castro e l’amorevole, devoto marito e padre di famiglia pentito, distrutto ed amareggiato dai trascorsi del suo passato (toccante il monologo sulle occasioni perse per via della sua dipendenza dalla cocaina). Durante tutto il docu-film si ha la sensazione di veder nascere e svilupparsi una profonda amicizia e stima tra Emir Kusturica e Maradona. I due iniziano a conoscersi e a raccontarsi senza bruciare le tappe (da ricordare l’accoglienza fredda di Diego nei confronti di Emir la prima volta che si sono incontrati in uno show televisivo).

Da una parte i pensieri, le idee e le critiche senza censure di un uomo che non teme l’ostilità dei potenti e che non deve a nessuno tutto ciò che ha avuto. Dall’altra il suo popolo, che lo venera e che crede profondamente ed esasperatamente in lui, meravigliosamente rappresentato dai quadretti della “Iglesia Maradoniana” (culto che si protrae dal 2000) e dall’accoglienza assurda riservatagli apposta dai fedeli napoletani al suo arrivo nella città partenopea. Appena usciti dal cinema si hanno due inconfutabili certezze: la prima (suggerita deliziosamente da Kusturica nell’incipit del film) è che Maradona se non avesse fatto il calciatore sarebbe sicuramente diventato un attore più che degno. La seconda è che sarebbe risultato difficile operare un lavoro di fiction su una vita che già di per sé rappresenta un esempio incredibile di spettacolarità, emozione e profondità. Grande merito al folletto Kusturica per averlo capito. Chapeau.

Articolo Cinema - "Go go Tales" Abel Ferrara






Fonte (www.silenzioinsala.com)

L’idea di raccontare gioie (per gli occhi sicuramente), dolori e disavventure di un “go go” cabaret, meglio conosciuto come “nightclub”, era già venuta all’Andrew Bergman di quello Striptease che attirò su di sé critiche e infamità di ogni sorta (sorte migliore non tocco neppure a Showgirls), inanellando record di premi di demerito che lo hanno introdotto a pieno titolo fra le peggiori creature “hollywoodiane” (ricordarsi qualcos’altro oltre le curve di Demi Moore risulta compito assai arduo). Abel Ferrara si cimenta così con le atmosfere di una Manhattan interamente ricostruita a Cinecittà, affidando ad uno dei suoi interpreti più fidati (Willem Dafoe) il ruolo di Ray Ruby, impresario a capo del Paradise club, una specie di night a conduzione “pseudo-familiare” dove le persone che ci lavorano, tra pregi e difetti, si conoscono e si osservano l’un l’altro da anni. Accompagnano Ray il contabile Jay (Roy Dotrice), il fidato Baron (Bob Hoskins), il fratello - nonché principale finanziatore - Jhonie (Matthew Modine) e uno stuolo di incredibili bellezze a formare la scuderia di “lap dancers” (Asia Argento, accompagnata dall’ormai celeberrimo rottwailer, e una Bianca Balti che definire bellissima è senza dubbio un eufemismo, spiccano su tutte).

L’intento di Ferrara è quello di dar vita ad una commedia tinta qua e là di pennellate noir puntando sul brio e sull’esperienza di attori navigati quali Dafoe e Hoskins, in grado spesso e volentieri di fare la differenza. Eppure non basta la buona prova della maggior parte del cast a sorreggere una sceneggiatura quasi sempre piatta, sviluppata sin troppo rapidamente e in maniera frettolosa anche quando meriterebbe di essere approfondita in quelle poche ma buone intuizioni. Altra grossa lacuna è quella di aver dato alla pellicola un ritmo che stenta a decollare o ad incanalarsi verso una direzione definita. Sembra così di assistere ad un’opera il cui intento sia quello di sviluppare due temi (quello del noir e quello della commedia) senza per questo riuscire a fare centro nell’uno né l’altro, dando più volte l’idea di una costante approssimatezza formale. E’ difficile riuscire a ricordare un guizzo o una scena che prevalga sulle altre, e ben poco rimane di quell’ambiguo e malsano approccio che tanto ha affascinato nella filmografia di Ferrara.

Tra le note positive si può citare il lavoro sulla fotografia di Fabio Cianchetti che aveva incantato già con The Dreamers e quello di scenografia che ricostruisce alla perfezione l’atmosfera di una New York anni 40 immersa in una vita notturna degna delle migliori copertine di Tom Waits. La regia di Ferrara è impeccabile come sempre anche se non riesce a risollevare le sorti complessive del film che rimane ancorato nei sui continui alti (pochi) e bassi. Insomma, non si toccano i pessimi livelli dei film citati nell'incipit della recensione, ma si può dire che il nostro non si sia sforzato poi così tanto nell’allontanarsi da quegli infami esempi. Provaci ancora Abel…

Michelangelo Strati

giovedì 14 maggio 2009

Articolo Cinema - "Iron Man"





Fonte(www.nextplay.it)


Realizzare un adattamento cinematografico di un fumetto Marvel è cosa ardua si sa, si rischia di deludere in primo luogo gli appassionati e i fans più incalliti oppure di proporre un prodotto privo di interesse impelagandosi in questioni riguardanti verosimiglianza e fedeltà traspositiva. Immaginiamoci poi se il personaggio in questione non abbia mai beneficiato di attenzioni da parte di alcuna produzione hollywoodiana e si debba fare i conti con un’evoluzione psicologica e stilistica enorme, affrontata gradualmente in circa 600 numeri di fumetto.

Appare allora convincente l’idea di Jon Favreau e della coppia di sceneggiatori Fergus-Ostby, Marcum-Holloway, di occuparsi della nascita di Iron Man. Se nel fumetto di Stan Lee il miliardario Tony Stark testava le sue potentissime armi in Vietnam, la pellicola traspone il tutto in un decisamente più odierno Iraq, dove il titolare della Stark Industries si trova ostaggio di alcuni guerriglieri che gli ordinano di costruire per loro la sua ultima devastante creazione militare. E’ proprio lì che Tony darà vita alla potentissima armatura che gli permetterà di sfuggire ai suoi sequestratori, un Iron Man ancora grezzo ma efficacissimo ed incredibilmente fedele al disegno originale. Come già accennato, il profilo psicologico del personaggio ha subìto decine e decine di variazioni nel corso del tempo, arrivando verso la fine degli anni ’80 al rifiuto di considerare ancora la Stark Industries una macchina da guerra. La sostanziale conversione “pacifista” (dettata in primo luogo dall’esperienza vissuta in Iraq in mezzo a ordigni costruiti proprio dalla sua industria bellica) e i relativi dissidi interni provenienti dalla coscienza di un Tony ormai deciso a lasciarsi alle spalle l’esempio paterno, sono elementi che Favreau inserisce in una storia che indubbiamente porta con sé alcune pecche narrative, scadendo a volte in banali e troppo affrettate semplificazioni. Per chi si aspettasse esplosioni adrenaliniche a getto continuo e combattimenti senza esclusione di colpi bisogna dire che gli episodi di azione non saturano le due ore di pellicola, bensì vengono distribuiti insieme a tanta comicità (cosa che farà apprezzare il film anche ai “non addetti ai lavori”).
Robert Downey Jr. viaggia ad altissimi livelli (una menzione particolarmente positiva è da riservare alle esilaranti prove tecniche nella elaborazione della “pacchiana” armatura giallorossa) e viene difficile pensare ad un altro attore per il ruolo da protagonista (la scelta era ricaduta su Tom Cruise che ha poi rinunciato), presenza scenica perfetta, carisma e tempi comici da attore navigato nonchè impersonificazione totale in Tony Stark (da segnalare anche l’anomala eppur intrigante interpretazione di Jeff Bridges-Obadiah Stane, mentre lascia un po’ a desiderare la Paltrow-Pepper Potts che tuttavia si salva grazie al suo incredibile fascino). Se come dicevamo gli elementi di comicità e i dialoghi ben curati saranno bene accetti da coloro che lettori di Iron Man non sono affatto, non rimarranno a bocca asciutta nemmeno i fans. L’elemento fumettistico infatti è molto ben curato, toccando l’apice massimo nella perfetta ricostruzione delle armature e negli episodi prettamente da action movie con effetti speciali degni dei migliori capitoli Marvel. Il finale getta basi più che fondate sulla preparazione di un sequel quanto mai necessario vista la mole di spunti che il personaggio suggerisce e, come recitano gli stessi distributori della pellicola, per ora godetevi due ore di “puro intrattenimento Marvel”.

Articolo Cinema - Intervista a Jaume Balaguerò e Paco Plaza


Fonte
(www.nextplay.it)



L’ultima fatica dei registi spagnoli Jaume Balaguerò (“Nameless” e “Darkness”) e Paco Plaza (“Second Name”) intitolata REC, ospite lo scorso fine agosto al Festival di Venezia, uscirà nelle sale italiane il 29 febbraio. E’ la prima volta che i due lavorano a quattro mani per quanto riguarda il genere horror, essendo reduci dal documentario sul format televisivo “Operacion Triunfo” (OT). Nextplay era ovviamente presente all’anteprima del 18 febbraio presso il Teatro Adriano di Roma e non si è lasciata nemmeno sfuggire l’occasione di intervistare gli autori della pellicola, arrivati in Italia per una tre giorni di incontri con la stampa.

Una delle caratteristiche che rende “Rec” sostanzialmente diverso dalle recenti uscite horror di questo genere, è senza dubbio la lontananza dall’effetto patinato e “hollywoodiano” presente di norma in questi lavori. Vi eravate stancati delle solite modalità tecniche e narrative?

P. E’ un film che nasce innanzitutto dal desiderio di avvicinarsi il più possibile alla realtà. Nasce da molte chiacchierate tra me e Jaume, passate cercando di capire come ottenere tali sensazioni di crudezza e di forte impressione nello spettatore, risultando il più diretti ed efficaci possibile. Abbiamo pensato che il linguaggio della televisione potesse rafforzare questo effetto, dal momento che gran parte delle persone vive immersa in questo mondo e conosce gli aspetti della realtà esclusivamente attraverso il mezzo televisivo. Narrare le vicende utilizzando gli strumenti del reportage ci ha portato a non servirci né di una colonna sonora, né di un montaggio e né di una sceneggiatura fissa e ancorata a vincoli troppo stretti di copione.

Paradossalmente le scene che riguardano la ricerca ossessiva dello scoop da parte della troupe, come l’intervista della reporter ad uno stanchissimo capo dei vigili del fuoco, l’entrata nella mensa dove abitudinariamente pranzano i pompieri, oppure le interviste agli inquilini dell’edificio, risultano shockanti quasi quanto le immagini cruente e impressionanti che di lì a poco si svilupperanno.

B. Tutti i giornalisti che lavorano in questo tipo di programmi hanno una particolare “avidità” nel cercare la notizia a tutti i costi, anche dove questa non c’è, sono come muli che vanno avanti a testa bassa. Per noi rendere riconoscibile questo aspetto mettendolo in risalto è stato di fondamentale importanza, per questo abbiamo scelto come attrice principale una giornalista vera e propria che da noi in Spagna fa un lavoro molto simile a quello del film.


L’uso del sonoro nel film ricopre un ruolo di primissimo piano. Disorientando a più riprese lo spettatore e lasciandolo in balia di una costante instabilità percettiva, non fa che accrescere il livello di tensione e di angoscia.

P. L’approccio rigoroso nei confronti della resa del film ci ha portato a concentrare esclusivamente le nostre forze nella lavorazione degli effetti sonori, vista l’assenza di musiche che aiutassero il dispiegarsi narrativo degli eventi. All’inizio i suoni sono quelli nudi e crudi delle riprese, volendo far abituare lo spettatore a quel tipo di ascolto, mentre col passare dei minuti il tutto diviene più cinematografico mediante l’uso di effetti integrati, ferma restando la volontà di far credere al pubblico che tutte le sonorità provengano esclusivamente dalla videocamera di Pablo.

La scena finale è un unico piano sequenza di una ventina di minuti circa. Si avverte un senso costante di claustrofobia che porta il pubblico a una forte partecipazione emotiva, difficilmente riscontrabile con queste modalità in altre pellicole di genere. Come avete fatto a mantenere così alto il livello di tensione?

B. Volevamo mantenere una dinamica costante nel mostrare gli eventi conclusivi. Senza dubbio un unico e solo piano sequenza, eliminando qualsiasi taglio o interruzione, ci ha aiutato enormemente nel conservare l’azione in un tempo reale: gli stessi attori dovevano vivere in primissima persona un solo dispiegamento spaziale e temporale. Tutto ciò è estremamente complicato, ci è voluto un progetto e un’organizzazione mentale incredibile. Sia il cameraman che gli attori dovevano lasciare ampio spazio alla libera interpretazione, non sapendo esattamente quali ostacoli si sarebbero presentati nel succedersi dei loro movimenti.



Per quasi tutta la durata del film lo spettatore non è mai pienamente consapevole di ciò che sta accadendo: più volte le riprese si interrompono nel mezzo di fasi concitate, riprendono in contesti differenti dai precedenti, l’audio non è sempre nitido (soprattutto nel finale). Tutti questi elementi, insieme ad una sceneggiatura “mobile”, fanno parte di un modo per certi versi nuovo di lavorare alla realizzazione di un film.

P. L’obiettivo primario era quello di non lasciare che lo spettatore si limitasse a guardare, bensì partecipasse attivamente agli stimoli proposti. La camera non è quasi mai fissa per via della costante mobilità dei personaggi, la tensione fa tremare la mano a chi riprende, facendo perdere e riacquistare i sensi in maniera altalenante. Per quanto riguarda la sceneggiatura abbiamo seguito più un approccio teatrale che cinematografico, e l’esempio della scena finale aiuta a capire quanto ci tenessimo a fornire un quadro il più imprevedibile e reale possibile. Fino a quando non abbiamo iniziato a girare la scena non sapevamo esattamente cosa sarebbe successo, ci siamo confrontati con la difficoltà di girare il tutto nella totale oscurità, né l’attrice né il cameraman sapevano della presenza di un altro individuo all’interno della stanza… l’unica nostra istruzione è stata quella di dire :” salite e cercate di sopravvivere”.

Molta gente riprende l’esempio di “The Blair Witch Project” accostandolo per il taglio da “mockumentary” a “Rec”. Sarebbe giusto fare un salto indietro e andare a ripescare quello che è stato il primissimo “mockumentary” horror, ossìa quel “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato che ha sconvolto migliaia di persone e che ancora oggi è considerato un must della cinematografia di genere.

B. La prima volta che l’ho visto mi ha lasciato senza fiato, ha un potenziale trasgressivo enorme ed è stato il primo tentativo di coniugare reale e irreale. Ha segnato un’epoca ed è uno degli esperimenti più estremi di sempre. Personalmente sono un esperto di “cannibal movie” e non posso fare altro che ammirare il suo effetto devastante. Il titolo è qualcosa di incredibile!! Cannibal e Holocaust… è come un pugno nello stomaco!

P. E’ come dire “Ufo Nazisti!” (scoppia la risata generale). Anzi chiamerò Ruggero e gli dirò se gli va di fare un film che si intitoli “Ufo Nazisti”.


Quali sono i vostri punti di riferimento per la letteratura horror?

B. e P. Una delle chiare influenze è senza dubbio Lovecraft, soprattutto per la scena finale dove avevamo pensato di inserire addirittura dei riferimenti diretti alla sua opera, ma poi abbiamo rinunciato. Il suo modo particolare di avvicinarsi al genere horror tramite il linguaggio epistolare, e la non sempre ricercata necessità di spiegare per forza l’origine del male, ci hanno guidato fortemente nella stesura e nella realizzazione della pellicola.

Quando e soprattutto è necessario che lo spettatore del genere horror non debba più domandarsi “questo è inverosimile”? Questo non dal punto di vista strettamente narrativo o motivazionale, quanto piuttosto partendo dalla domanda “è possibile che in quella situazione ci sia ancora l’interesse a filmare?”

B. Eravamo al corrente del rischio che si correva impostando la trama sull’uso di una telecamera in una situazione di estrema urgenza o di estremo terrore.
Coscienti di questo pericolo, abbiamo ovviato con degli stratagemmi, delle strategie lungo l’evoluzione del film, per giustificare l’uso della telecamera: come già detto, la ricerca avida e ossessiva dello scoop, la sensazione che sia quasi obbligatorio (eticamente) continuare a girare affinché gli altri fuori sappiano cosa stia succedendo, ma anche quasi per convincersi di essere ancora dei sopravvissuti (entrando in connessione con la realtà) e infine, soprattutto, la necessità di usare la telecamera per vedere al buio.

Il genere horror pare diventare un prodotto d’élite (al di là del caso mediatico che si può creare attorno ad esso), solo dopo svariati anni, quando esce dalla sua nicchia di appartenenza, diventando generalmente un cult movie, un esempio su tutti è parte della produzione artistica di David Cronemberg. È ancora così? Il vostro lavoro è ancora diretto ad un target preciso di pubblico?

B. Non credo che la nostra produzione, specialmente Rec, sia destinato appositamente ad un target (cosa che invece si potrebbe dire della saga Saw), lo dimostra il fatto che i due film che stanno incassando di più al cinema in Spagna siano proprio due produzioni (spagnole) horror, The Orphanage e Rec. Questo sottolinea attualmente come per questo genere non esista più un pubblico “specializzato”.

P. Inoltre ci sono splendidi film come Il Sesto Senso e The Others che, nonostante siano film di genere, hanno un forte elemento di melodramma, il che ha permesso loro un accesso di pubblico effettivamente più elevato. Per quanto riguarda registi come Cronemberg si può purtroppo dire che sono diventati di culto solo in seguito alla loro apertura verso la produzione di altri generi.

Articolo Cinema - Conferenza stampa del film "Nelle tue mani"


Fonte (www.nextplay.it)




L’incontro con i giornalisti organizzato subito dopo la proiezione in anteprima di “Nelle tue mani”, nuovo film del regista italiano Peter Del Monte (“Piso pisello”, “Compagna di viaggio”, “Controvento”), si apre con un accenno allo spostamento dell’uscita nei cinema, prevista inizialmente il 7 marzo (cosa che avrebbe permesso al film di rientrare per la corsa ai “David di Donatello”) e poi posticipata al 14 per via delle già troppe produzioni italiane programmate per quella data. In sala è presente lo stesso cineasta italiano affiancato dai due attori principali, Marco Foschi e Kasia Smutniak.

Il ruolo di Mavi è una delle chiavi fondamentali di tutto il film. Kasia, vuoi spiegarci come sei arrivata a preparare un personaggio tutt’altro che facile da metabolizzare?

K.S. Prima di presentarmi sul set per iniziare le riprese, avevo lavorato abbastanza nella costruzione di Mavi, mi ero fatta una mia personale idea riguardo le linee guida che avrebbe dovuto seguire il personaggio. Invece non appena ho iniziato a lavorare con Peter, ho capito che era meglio cancellare tutto e ripartire da zero, affidandomi completamente al regista, facendomi guidare letteralmente dalle sue intenzioni. Durante la realizzazione del film mia figlia aveva un anno e mezzo, cosa che mi ha particolarmente aiutato a girare con più naturalezza e sincerità le scene in cui ho a che fare con la piccola Caterina. Un ruolo incredibilmente difficile perchè Mavi è una ragazza che si affida all’istinto, agisce impulsivamente senza calcolare le benché minime conseguenze, anche se queste risultino deleterie per il suo equilibrio psicofisico : è simile alle volpi che abbandonano i loro cuccioli. Di casi così ce ne sono a migliaia, e non hanno a che vedere con la banale follia.


Teo invece si posiziona esattamente all’opposto di Mavi.

M.F. E’ senza dubbio un personaggio che ama mantenere il controllo delle sue emozioni, senza per questo non riuscire a provarle come la sua compagna. E’ sempre pronto a perdonare, anche le situazioni più gravi e imbarazzanti, e sa di rappresentare un punto fermo per gli altri. Preparando questo ruolo ho capito che Teo doveva essere innanzitutto molto predisposto all’accoglienza. Di solito non scelgo mai i lavori a scatola chiusa, esploro la sceneggiatura e cerco di carpire i tratti fondamentali del ruolo, e capita spesso che dicendo no ad alcuni registi il tuo nome venga tagliato definitivamente dalla loro lista, è un rischio che mi piace correre. Un attore dovrebbe sempre portare qualche cosa che vada oltre al personaggio, come ad esempio faceva Gian Maria Volontè.

P.D. Quello che intraprende Teo è un viaggio all’interno del caos e del disordine emotivo e psicologico, elementi a lui estranei essendo principalmente un uomo molto logico e razionale.
Citando un ottimo film visto di recente, fa un viaggio “Into the wild”, dove la componente selvaggia non è rappresentata dalla natura bensì dai problemi della stessa Mavi : è una completa immersione.

Come spiega la scelta di Kasia Smutniak, bellissima e molto pulita, per un ruolo dai tratti così aspri e disturbati?

P.D. Mi piacciono i contrasti, soprattutto il farli risaltare. Volevo sostanzialmente due spie : una rappresentata dal carattere turbolento e tempestoso, l’altra volevo che fosse la pulizia, la semplicità e il candore di una bellezza incredibile qual è quella di Kasia.

Qual’è stata la genesi della pellicola?

P.D. Oggi gran parte dei registi si trova a dare più o meno le stesse motivazioni riguardo le cause che li hanno spinti a occuparsi di un tema piuttosto che di un altro, privilegiando spesso un qualcosa che li abbia indignati. Invece una volta i film si spiegavano in maniera più astratta e indefinita nelle accezioni più positive dei termini, il gesto di una signora, il vento che scompone un cappello, visioni più che vere e proprie motivazioni. Ecco vorrei conservare sempre questo approccio.

Rappresentare un personaggio femminile così disturbato è una strada coraggiosa da intraprendere, da cosa è stata stimolata?

K.S. Ho sempre provato un certo fastidio nei confronti dell’idealizzazione della donna in molti film italiani. Si è sempre cercato di orientarsi all’analisi di una figura prettamente adolescenziale e quindi fin troppo ideale, le donne sono anche questo ovviamente, ma non solo. L’universo femminile è costellato anche di zone d’ombra che non hanno niente a che vedere con il lato dolce e immaginifico spesso propinato. Soffermarmi su tali aspetti mi ha aperto a riflettere su quella parte di tenebra che è propria dell’essere umano.

mercoledì 13 maggio 2009

Articolo Cinema - Conferenza stampa "Iron Man" di John Fraveau


Fonte (www.nextplay.it)



Si è svolto nella cornice dell’hotel “Hassler” di Trinità dei Monti l’incontro con la stampa del regista Jon Favreu e di una parte del cast di “Iron Man” (grande assente Jeff Bridges), una Gwyneth Paltrow in formissima, il più che pimpante Robert Downey Jr. e Terrence Howard. Dopo un’attesa febbrile durata più di mezzora, si presentano per le classiche foto di rito. Subito dopo è la volta di rispondere alle domande dei giornalisti accorsi alla sala-conferenze.

Nel film si coniugano tematiche serie quali il commercio ed il traffico d’armi insieme ad uno spirito ironico prettamente da commedia. Quale orientamento ha seguito per la realizzazione della pellicola?

J.F. Iron Man è prima di tutto un film d’intrattenimento. Non sono mai stato un cineasta politico e mai lo sarò. Francamente il mio punto di vista cambia ogni volta che leggo il giornale e nello sviluppare la storia ho pensato fosse giusto fare un quadro della situazione attuale, occuparmi di dinamiche che abbiamo imparato a conoscere principalmente attraverso i media. Tony Stark è quindi un personaggio in continua evoluzione, riflette su quello che fa e agisce di conseguenza. Compie una sorta di salto di coscienza sul quale ho voluto puntare nella scrittura della sceneggiatura

Dietro ogni grande eroe c’è sempre una grande donna. Signora Paltrow come giudica il ruolo di Pepper Potts?


G.P. E’ una sorta di coscienza di Tony, una donna leale e soprattutto presente nei momenti più difficili. E’ pronta a mettersi in discussione e raramente limita le azioni di Tony.

Robert Downey Jr., che ruolo ha avuto nello sviluppare sceneggiatura?


R.D. Quando arrivavo sul set Jon mi dava il copione della giornata e puntualmente accadeva che lo gettassi via (ride). Ci sedevamo a tavolino e cercavo di spiegare come mi sarebbe piaciuto interpretare alcuni aspetti del film e capitava spesso che riscrivessimo le scene direttamente sul set. Abbiamo avuto molte discussioni sulla preparazione della pellicola, cercavamo di capire come presentarlo al meglio al pubblico.


Sembra quasi che il film voglia insegnare che “eroi non si nasce ma lo si diventa”. Cosa ha da dire in merito signor Favreau?


J.F. Esistono due tipi di supereroi : quelli che ricevendo poteri magici dall’alto assurgono al ruolo di protagonisti, e quelli che come Iron Man maturano e capiscono da soli che è il momento di darsi da fare per diventarlo.

Quanto è importante la spiritualità per un attore?


G.P. Gli attori sono una sorta di canale, un veicolo che si trova a che fare con una fonte da indirizzare nella giusta maniera. Senza spiritualità il nostro lavoro non avrebbe una grande importanza.
R.D. C’è stato un bel “sentire” sul set, abbiamo fatto tutti dei piccoli sacrifici e ci siamo confrontati con un approccio più “monastico” che “hollywoodiano”, parlavamo spesso sottovoce per collegarci emotivamente l’un l’altro. (Concludendo inserisce una piccola parentesi : “pensavo che i giornalisti italiani avrebbero accolto il film con più ostilità”).

Le piacerebbe lavorare nel cinema italiano signora Paltrow? E poi in base a cosa sceglie le sue sceneggiature?


G.P. Avete una grande ricchezza in Italia. Ricordo che otto anni fa girai alcune scene a Roma e Ischia, da quella volta non ho più avuto a che fare col vostro paese ma ci tornerei volentieri per lavorarci. Per quanto riguarda le sceneggiature, avendo due bambini piccoli ho meno tempo di prima e devo trovare un equilibrio fra la mia carriera e la vita privata, quindi spesso cerco di valutare bene le proposte e di scegliere ruoli che magari non ho mai fatto prima, qualche ruolo o storia particolare.

“Iron Man” fa parte di quella serie di personaggi dei fumetti meno noti al grande pubblico, anche se apprezzatissimi dai lettori. Come avete dato tutta questa visibilità al film?


J.F. Negli Stati Uniti pochissime persone conoscevano “Iron Man” e devo dire che è stata grande sfida, volevamo in qualche modo educare il pubblico. Ci siamo confrontati con alcuni fans di “Iron Man” e tramite il web abbiamo fatto girare tanto materiale. Un cast così stellare ha poi fatto il resto.

Articolo Cinema - Tavola rotonda con Rob Cohen

Fonte (www.nextplay.it)


E’ un Rob Cohen rilassatissimo ed in piena forma quello che ci accoglie al tavolo allestito per l’occasione all’hotel Eden di Roma…

Innanzitutto è doveroso un commento riguardo il risultato ottenuto dal suo film al Box Office qui in Italia. Ha superato anche due mostri sacri come Al Pacino e Robert De Niro…

E’ una grandissima soddisfazione. Ho tre gemelli che sono per metà italiani e commento questo risultato eccezionale al box office con una punta d’orgoglio. Lasciando stare le chiacchiere devo dire che ho veramente apprezzato il film della super coppia. La mia Mummia però è soprattutto un film che diverte e deve essere anche visto in quest’ottica. Fare paragoni con “Sfida senza regole” potrebbe risultare alquanto fuori luogo.

Questo terzo capitolo si richiama spesso ai classici film d’azione orientali, ossìa gli “Hong Kong Movies”…

Esattamente. Mi hanno influenzato molto nella realizzazione della pellicola. C’è molta più libertà d’azione rispetto alla cinematografia americana, dove i colpi sono estremamente prevedibili e programmati secondo i clichè del genere. Gli “Hong Kong Movies” rappresentano una forma d’espressione molto più reale ed efficace, basti pensare al dinamismo estremo presente nei film di Jackie Chan.

Jason Scott Lee, Vin Diesel, Jet Li. Su che basi avviene la scelta degli attori?

Il ruolo dell’attore di film d’azione è una cosa incredibilmente delicata. Deve fare proprie due dimensioni: l’una attoriale e recitativa, l’altra principalmente fisica e dinamica. Pochi attori possiedono queste capacità e per fortuna penso di avere scelto sempre persone degne di questo doppio ruolo. Se poi si è alla ricerca di personaggi femminili che abbiano queste caratteristiche allora diventa un’impresa troppo ardua.

Da “Fast and Furious” alla “Mummia”. Che evoluzione hanno attraversato i suoi film?

Senza dubbio direi gli effetti speciali. Il numero di scene in cui sono presenti è cresciuto vertiginosamente. Questo terzo capitolo della Mummia rappresenta il film con più effetti speciali. In questo genere di pellicole più è complesso l’intreccio narrativo e più ci si affida all’ausilio dei visual effects.


Ha mai pensato di dedicarsi ad un progetto meno “oneroso” di quelli realizzati in precedenza?

Per prima cosa ho in mente di fare un sequel di “XXX” con Vin Diesel, avendo concepito sin dall’inizio la storia come un concept in due parti. Sarà in una forma ridimensionata rispetto al mio primo capitolo e soprattutto a quello con Ice Cube che è stato a mio avviso un grossissimo flop dal punto di vista artistico. Avrà delle caratteristiche simili a “Bourne Identity” per intenderci. In secondo luogo sto scrivendo un “family film” dedicato principalmente alle famiglie in generale: ovviamente l’ispirazione è arrivata senza dubbio dai miei tre splendidi gemelli.

Il finale del film accenna ad un ritrovamento di mummie in Perù. Ci si aspetta almeno un altro sequel…

Sì, sarebbe una cosa ancora più naturale dell’ambientazione in Cina. In oriente le mummie non hanno una storia, appartengono a delle culture lontanissime. In Perù invece la mummificazione è una pratica conosciutissima e praticata da molti secoli, rappresenterebbe un’ambientazione molto realistica ed efficace dal mio punto di vista. Vediamo a chi verrà affidato… su questo non posso dare certezze di alcun tipo, dovreste parlarne con la Universal…

Il governo cinese ha preteso alcune “attenzioni” riguardo all’uscita del film…

Per prima cosa ha voluto che l’Imperatore Dragone non fosse chiamato col vero nome del primo imperatore cinese Qin Shi Huang, richiesta che si riconduce alla principale volontà del ministero cinese, ossìa il sottolineare fortemente che la storia trattasse argomenti di pura fantasia (il tema dei fantasmi è visto come un grosso tabù da quelle parti. NDR.).
Infine ci ha chiesto di non rappresentare la Grande Muraglia conferendole caratteri troppo moderni, bensì di ritornare all’immagine di secoli e secoli fa, rispettando la tradizione tanto cara al popolo cinese.

Dopo aver girato un video dei “Rammstein” e aver realizzato “Rat Pack” ( film televisivo sulle gesta di Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis), pensa di occuparsi di altri progetti che riguardino il mondo musicale?

Se mi occuperò di qualsiasi progetto che possa avere come base il mondo della musica, mi terrò bene alla larga dal rappresentare il solito clichè dell’ascesa e della immancabile caduta della rockstar di turno… Il tema dell’autodistruzione e della vita dissoluta fatta di droghe e ribellione ormai è trito e ritrito, basti pensare al recente “Walkhard”… Eplorerei invece tutti gli altri aspetti del mondo musicale.

Articolo Musica - Verdena "Requiem"


Fonte (www.nextplay.it)

Quando si parla dei Verdena non esistono mezze misure. O si amano alla follia oppure li si odia ciecamente. Sin da quando uscirono con il loro primo singolo "Valvonauta" (il cui video è ormai diventato storico), schiere di critici appassionati e detrattori infaticabili si sono divisi nei giudizi sul trio bergamasco. A tre anni dall'uscita del riuscitissimo "Il Suicidio dei Samurai", i nostri ritornano con l'album forse più eclettico della loro discografia, un mix di pesantezza derivata da ascolti di matrice "stoner" e psichedelia anni ‘70, il tutto filtrato attraverso una malcelata passione per i "quattro di Liverpool", ormai costantemente omaggiati da Alberto Ferrari. Elemento fondamentale di "Requiem" è senza dubbio la voce di Alberto che, a differenza dei lavori precedenti, risulta molto più versatile e aperta a varie influenze, come dimostra la zeppeliniana "Muori delay" e la granitica "Don calisto". "Non prendere l'acme Eugenio" (chiaro omaggio ai Pink Floyd già dal titolo) esplora territori noti alla band per chiudersi in un crescendo vibrante e molto "pestato". Anche l'altro fratello Ferrari è cresciuto dietro le pelli rispetto ai passati capitoli, rivelandosi maggiormente ispirato e poliedrico (vedere alla voce "Was?" per intenderci)."Canos" ha una struttura prettamente alla Queens of the Stone Age in cui trovano anche spazio inserti classicheggianti di chitarre (soprattutto si dà grande risalto alle liriche surreali di Alberto, ormai suo inconfodibile marchio di fabbrica), mentre "Il Gulliver" in quasi 12 minuti spazia dal grunge più violento fino ad arrivare ad atmosfere che ricordano il post-rock più emozionale. Due autentiche gemme acustiche con un chiaro approccio cantautorale sono la beatlesiana "Angie" e "Trovami un modo semplice per uscirne", entrambe prodotte insieme a quel mostro sacro di Mauro Pagani ( "Creuza de ma" vi dice qualcosa? ) che in fatto di arrangiamenti può essere considerato un vero e proprio caposcuola. Spetta a "Sotto prescrizione del dott. Huxley" l'arduo compito di chiudere l'album e bisogna dire che non sfigura per niente, anzi è uno dei brani più riusciti, una suite che testimonia la nuova evoluzione dei nostri, capaci di dar vita ad un sound che vaga tra riff granitici e morbidi echi floydiani. Con buona pace di chi continuerà ad affermare che sono un gruppo sopravvalutato e adatto a schiere di ragazzini in crisi esistenziale, i Verdena intanto hanno plasmato un suono e un'attitudine che poche band italiane possono riconoscere di possedere. Scusate se è poco.

Articolo Musica - Recensione "Il vuoto" Franco Battiato


Fonte (www.nextplay.it)

Dopo 36 anni di onorata carriera con all'attivo ben 31 album tra studio, live e raccolte varie, Franco Battiato dà alla luce "Il vuoto", nove tracce in cui riprende il discorso interrotto con l'ottimo "Dieci stratagemmi". Così come nel lavoro precedente, il cantautore siciliano sembra fare il punto della situazione attuale, descrivendo un mondo dominato da un costante senso di disagio, tra patologie artificiali (il singolo "Il vuoto" appunto) e la banalità del quotidiano ("I giorni della monotonia"). Bastano però gli splendidi affreschi pastorali di "Tiepido Aprile", il richiamo ai lieder ottocenteschi tanto omaggiati in passato di "Era l'inizio della primavera", e ancora il romanticismo di "Aspettando l'estate", per rifugiarsi temporaneamente dall'iniziale senso di alienazione. "The game is over" ricorda i migliori Bluvertigo, dove gli echi orientali sembrano voler dare una risposta a un interrogativo ricorrente ("Dov'è che stiamo andando?"). Gli ultimi due capitoli hanno il compito di completare la catarsi iniziata con "Niente è come sembra" (celebre monito buddhista), rivelando l'anima più trascendente di Battiato : mentre mostra i lati peggiori di una realtà che si sta perdendo in tanti piccoli "vuoti", c'è sempre tempo per ricordarci che "il cielo è primordialmente puro ed immutabile, mentre le nubi sono temporanee"…

mercoledì 8 aprile 2009

Articolo musica | 18/03/2009 Kaki King @ Circolo degli Artisti


Fonte (www.nextplay.it)

L'ultima occasione per assistere ad un'esibizione di Kaki King in terra italica si era avuta lo scorso settembre alla Casa 139 in quel di Milano. Trattandosi però di un house concert per pochi fortunati, la tappa romana di questo Marzo al Circolo degli Artisti si è quindi tramutata in un appuntamento da grandi occasioni.

Un'artista che negli ultimi anni (dopo essere stata una fra le migliori giovani promesse esordienti nel panorama indie) è riuscita a farsi apprezzare non solo per la sua particolarissima tecnica chitarristica, ma anche per l'abilità nel dar vita a pezzi tutt'altro che rappresentativi di puro e solo esercizio di stile. Con Dreaming of Revenge, ultimo suo lavoro datato 2008, aveva saputo coniugare finalmente i classici brani strumentali che l'hanno fatta conoscere anche al di fuori degli States, con una vena cantautorale che ormai non poteva rappresentare più un mero contorno, sostenuta da una voce ormai in piena maturazione. Una delle critiche con le quali Kaki King ha dovuto da sempre rapportarsi è quella di perdersi troppo spesso in tecnicismi fini a se stessi, incapace di catturare l'attenzione dell'ascoltatore senza manierismi di sorta.

"…quello che esce dal concerto romano è un concentrato di varie influenze…"

Invece quello che esce dal concerto romano è un concentrato di varie influenze, un continuo alternarsi fra territori sonori diversi che però sanno fondersi in un unico approccio musicale. Con la recente formazione a tre completata da Matt Hankle alla batteria e da Dan Brantigan all' EVI, la proposta sonora di Kaki riesce ad attraversare morbidi echi post-rock che possono fare venire in mente i Tortoise, per arrivare a dondolarsi ipnoticamente con richiami psichedelici a marchio Ozric Tentacles. E' proprio la vena progressive di Kaki che riesce spesso ad emergere, aiutata dall'EVI di Brantigan attento a disegnare volute lisergiche incorniciate dalla potenza e dal tocco "tooliano" della batteria di Hankle. In più di un brano distorsione e batteria si mescolano dando vita ad una violenza sonora di grosso impatto. Quando invece le atmosfere si fanno dilatate, Hankle mette da parte il suo approccio "violento" e ricama dolcemente il giusto accompagnamento alla trance psichedelica che nasce dai duetti fra l'EVI di Brantigan e l'Ovation acustica di Kaki.

Kaki adora senza dubbio mettersi a giocare con la forma musica, modellandola e plasmandola a piacere la restituisce ogni volta trasformata in un qualcosa di diverso, spesso capace di emozionare e far rimanere sospesi proprio come quelle creazioni artistiche alla fine delle quali non sapremmo mai spiegare il perché ci siamo sentiti così maledettamente in pace con noi stessi.

Michelangelo 'Agave' Strati

Articolo musica | 08/03/2009 Skiantos live "Circolo degli Artisti" Roma 6 marzo 2009


Fonte (www.nextplay.it)

Una cosa è certa, quando si va ad assistere ad un concerto degli Skiantos non è il luogo adatto per ammirare gente che ritiene di “saper suonare”, né tanto meno la serata più consona a palati fini. Se poi si aggiunge che i suddetti si vantano di essere sulla “cresta dell’onta” (testuali parole fra un pezzo e l’altro del cantante Roberto “freak” Antoni) da ben trentadue anni, si può allora comprendere quanto abbiano adorato prendersi poco sul serio durante tutta la loro carriera, nascendo in un periodo in cui i cantautori impegnati la facevano da padrone e rispondendo nel ’78 a De Andrè (Rimini) e De Gregori (Generale) con versi quali “Io me la meno / ogni notte mi dimeno / domani prendo il treno / e vado fino a San Remo". Se Clem Sacco (in quanti hanno mai ascoltato perle del calibro di Mamma voglio l'uovo alla coque?) nel lontanissimo '56 scandalizzava il pubblico compostissimo dell'epoca con le sue sfuriate demenziali, attestandosi come precursore assoluto di un genere (denominato dai più rock demenziale) che oggi vede in Elio e le storie tese gli esponenti di spicco, gli Skiantos sono stati senza dubbio fra i primi a raccogliere la sua eredità, ricontestualizzandola e donandole nuova forma, la forma di quel punk grezzo e ruvido la cui eco era appena giunta dalle sponde londinesi.

"…la dimensione dal vivo è fondamentale per un gruppo che poggia sull'ironia le basi della propria essenza."

L'occasione che li riunisce in tour è l'uscita del nuovo album Dio ci deve delle spiegazioni, al quale la band emiliana affida l'apertura per il trittico iniziale composto da Una vita spesa a skivar la fresa, Testa di pazzo e Il razzista che c'è in me. La cifra stilistica è quella di sempre e il marchio Skiantos poggia saldamente sui due storici fondatori Roberto "freak" Antoni e il chitarrista Fabio "Dandy Bestia" Testoni, unici superstiti della formazione originale. E' anche fisiologico che i nuovi brani vengano accolti dal pubblico in maniera meno entusiasta rispetto ai capolavori che hanno fatto conoscere gli Skiantos alla fine degli anni '70, anche se non sfigurano in scaletta accanto a pietre miliari demenziali quali Gelati, Ti rullo di cartoni, Kakkole, Massacrami pure. Un live degli Skiantos è sempre qualcosa di abbastanza imprevedibile e i siparietti sul palco improvvisati con il pubblico ricordano che la dimensione dal vivo è fondamentale per un gruppo che poggia sull'ironia le basi della propria essenza. Roberto Antoni fa anche in tempo a tirare fuori due succulente citazioni, la prima delle quali ricorda la leggendaria esibizione degli Skiantos al Bologna Rock '79, quando i nostri si presentarono muniti di cucina, frigo, televisore e pentolone con cui bollire gli spaghetti da mangiare davanti a seimila spettatori in bilico tra il sorpreso e l'infastidito e che si sentirono rispondere "Questa è una performance, pubblico di merda non capite un cazzo!" : il cantante imbraccia un violino e inizia a produrre suoni a casaccio terminando la sua esibizione affermando: "questa è avanguardia… non capite niente!" La seconda è presa direttamente da Animal House, il film di John Landis in cui si inscenava un surreale "toga party": Antoni si presenta con tanto di toga e alloro per omaggiare la figura dell'ormai scomparso attore comico John Belushi, a suo modo anch'esso un precursore in fatto di ironia e demenzialità.

Michelangelo Strati