giovedì 14 maggio 2009

Articolo Cinema - "Iron Man"





Fonte(www.nextplay.it)


Realizzare un adattamento cinematografico di un fumetto Marvel è cosa ardua si sa, si rischia di deludere in primo luogo gli appassionati e i fans più incalliti oppure di proporre un prodotto privo di interesse impelagandosi in questioni riguardanti verosimiglianza e fedeltà traspositiva. Immaginiamoci poi se il personaggio in questione non abbia mai beneficiato di attenzioni da parte di alcuna produzione hollywoodiana e si debba fare i conti con un’evoluzione psicologica e stilistica enorme, affrontata gradualmente in circa 600 numeri di fumetto.

Appare allora convincente l’idea di Jon Favreau e della coppia di sceneggiatori Fergus-Ostby, Marcum-Holloway, di occuparsi della nascita di Iron Man. Se nel fumetto di Stan Lee il miliardario Tony Stark testava le sue potentissime armi in Vietnam, la pellicola traspone il tutto in un decisamente più odierno Iraq, dove il titolare della Stark Industries si trova ostaggio di alcuni guerriglieri che gli ordinano di costruire per loro la sua ultima devastante creazione militare. E’ proprio lì che Tony darà vita alla potentissima armatura che gli permetterà di sfuggire ai suoi sequestratori, un Iron Man ancora grezzo ma efficacissimo ed incredibilmente fedele al disegno originale. Come già accennato, il profilo psicologico del personaggio ha subìto decine e decine di variazioni nel corso del tempo, arrivando verso la fine degli anni ’80 al rifiuto di considerare ancora la Stark Industries una macchina da guerra. La sostanziale conversione “pacifista” (dettata in primo luogo dall’esperienza vissuta in Iraq in mezzo a ordigni costruiti proprio dalla sua industria bellica) e i relativi dissidi interni provenienti dalla coscienza di un Tony ormai deciso a lasciarsi alle spalle l’esempio paterno, sono elementi che Favreau inserisce in una storia che indubbiamente porta con sé alcune pecche narrative, scadendo a volte in banali e troppo affrettate semplificazioni. Per chi si aspettasse esplosioni adrenaliniche a getto continuo e combattimenti senza esclusione di colpi bisogna dire che gli episodi di azione non saturano le due ore di pellicola, bensì vengono distribuiti insieme a tanta comicità (cosa che farà apprezzare il film anche ai “non addetti ai lavori”).
Robert Downey Jr. viaggia ad altissimi livelli (una menzione particolarmente positiva è da riservare alle esilaranti prove tecniche nella elaborazione della “pacchiana” armatura giallorossa) e viene difficile pensare ad un altro attore per il ruolo da protagonista (la scelta era ricaduta su Tom Cruise che ha poi rinunciato), presenza scenica perfetta, carisma e tempi comici da attore navigato nonchè impersonificazione totale in Tony Stark (da segnalare anche l’anomala eppur intrigante interpretazione di Jeff Bridges-Obadiah Stane, mentre lascia un po’ a desiderare la Paltrow-Pepper Potts che tuttavia si salva grazie al suo incredibile fascino). Se come dicevamo gli elementi di comicità e i dialoghi ben curati saranno bene accetti da coloro che lettori di Iron Man non sono affatto, non rimarranno a bocca asciutta nemmeno i fans. L’elemento fumettistico infatti è molto ben curato, toccando l’apice massimo nella perfetta ricostruzione delle armature e negli episodi prettamente da action movie con effetti speciali degni dei migliori capitoli Marvel. Il finale getta basi più che fondate sulla preparazione di un sequel quanto mai necessario vista la mole di spunti che il personaggio suggerisce e, come recitano gli stessi distributori della pellicola, per ora godetevi due ore di “puro intrattenimento Marvel”.

Articolo Cinema - Intervista a Jaume Balaguerò e Paco Plaza


Fonte
(www.nextplay.it)



L’ultima fatica dei registi spagnoli Jaume Balaguerò (“Nameless” e “Darkness”) e Paco Plaza (“Second Name”) intitolata REC, ospite lo scorso fine agosto al Festival di Venezia, uscirà nelle sale italiane il 29 febbraio. E’ la prima volta che i due lavorano a quattro mani per quanto riguarda il genere horror, essendo reduci dal documentario sul format televisivo “Operacion Triunfo” (OT). Nextplay era ovviamente presente all’anteprima del 18 febbraio presso il Teatro Adriano di Roma e non si è lasciata nemmeno sfuggire l’occasione di intervistare gli autori della pellicola, arrivati in Italia per una tre giorni di incontri con la stampa.

Una delle caratteristiche che rende “Rec” sostanzialmente diverso dalle recenti uscite horror di questo genere, è senza dubbio la lontananza dall’effetto patinato e “hollywoodiano” presente di norma in questi lavori. Vi eravate stancati delle solite modalità tecniche e narrative?

P. E’ un film che nasce innanzitutto dal desiderio di avvicinarsi il più possibile alla realtà. Nasce da molte chiacchierate tra me e Jaume, passate cercando di capire come ottenere tali sensazioni di crudezza e di forte impressione nello spettatore, risultando il più diretti ed efficaci possibile. Abbiamo pensato che il linguaggio della televisione potesse rafforzare questo effetto, dal momento che gran parte delle persone vive immersa in questo mondo e conosce gli aspetti della realtà esclusivamente attraverso il mezzo televisivo. Narrare le vicende utilizzando gli strumenti del reportage ci ha portato a non servirci né di una colonna sonora, né di un montaggio e né di una sceneggiatura fissa e ancorata a vincoli troppo stretti di copione.

Paradossalmente le scene che riguardano la ricerca ossessiva dello scoop da parte della troupe, come l’intervista della reporter ad uno stanchissimo capo dei vigili del fuoco, l’entrata nella mensa dove abitudinariamente pranzano i pompieri, oppure le interviste agli inquilini dell’edificio, risultano shockanti quasi quanto le immagini cruente e impressionanti che di lì a poco si svilupperanno.

B. Tutti i giornalisti che lavorano in questo tipo di programmi hanno una particolare “avidità” nel cercare la notizia a tutti i costi, anche dove questa non c’è, sono come muli che vanno avanti a testa bassa. Per noi rendere riconoscibile questo aspetto mettendolo in risalto è stato di fondamentale importanza, per questo abbiamo scelto come attrice principale una giornalista vera e propria che da noi in Spagna fa un lavoro molto simile a quello del film.


L’uso del sonoro nel film ricopre un ruolo di primissimo piano. Disorientando a più riprese lo spettatore e lasciandolo in balia di una costante instabilità percettiva, non fa che accrescere il livello di tensione e di angoscia.

P. L’approccio rigoroso nei confronti della resa del film ci ha portato a concentrare esclusivamente le nostre forze nella lavorazione degli effetti sonori, vista l’assenza di musiche che aiutassero il dispiegarsi narrativo degli eventi. All’inizio i suoni sono quelli nudi e crudi delle riprese, volendo far abituare lo spettatore a quel tipo di ascolto, mentre col passare dei minuti il tutto diviene più cinematografico mediante l’uso di effetti integrati, ferma restando la volontà di far credere al pubblico che tutte le sonorità provengano esclusivamente dalla videocamera di Pablo.

La scena finale è un unico piano sequenza di una ventina di minuti circa. Si avverte un senso costante di claustrofobia che porta il pubblico a una forte partecipazione emotiva, difficilmente riscontrabile con queste modalità in altre pellicole di genere. Come avete fatto a mantenere così alto il livello di tensione?

B. Volevamo mantenere una dinamica costante nel mostrare gli eventi conclusivi. Senza dubbio un unico e solo piano sequenza, eliminando qualsiasi taglio o interruzione, ci ha aiutato enormemente nel conservare l’azione in un tempo reale: gli stessi attori dovevano vivere in primissima persona un solo dispiegamento spaziale e temporale. Tutto ciò è estremamente complicato, ci è voluto un progetto e un’organizzazione mentale incredibile. Sia il cameraman che gli attori dovevano lasciare ampio spazio alla libera interpretazione, non sapendo esattamente quali ostacoli si sarebbero presentati nel succedersi dei loro movimenti.



Per quasi tutta la durata del film lo spettatore non è mai pienamente consapevole di ciò che sta accadendo: più volte le riprese si interrompono nel mezzo di fasi concitate, riprendono in contesti differenti dai precedenti, l’audio non è sempre nitido (soprattutto nel finale). Tutti questi elementi, insieme ad una sceneggiatura “mobile”, fanno parte di un modo per certi versi nuovo di lavorare alla realizzazione di un film.

P. L’obiettivo primario era quello di non lasciare che lo spettatore si limitasse a guardare, bensì partecipasse attivamente agli stimoli proposti. La camera non è quasi mai fissa per via della costante mobilità dei personaggi, la tensione fa tremare la mano a chi riprende, facendo perdere e riacquistare i sensi in maniera altalenante. Per quanto riguarda la sceneggiatura abbiamo seguito più un approccio teatrale che cinematografico, e l’esempio della scena finale aiuta a capire quanto ci tenessimo a fornire un quadro il più imprevedibile e reale possibile. Fino a quando non abbiamo iniziato a girare la scena non sapevamo esattamente cosa sarebbe successo, ci siamo confrontati con la difficoltà di girare il tutto nella totale oscurità, né l’attrice né il cameraman sapevano della presenza di un altro individuo all’interno della stanza… l’unica nostra istruzione è stata quella di dire :” salite e cercate di sopravvivere”.

Molta gente riprende l’esempio di “The Blair Witch Project” accostandolo per il taglio da “mockumentary” a “Rec”. Sarebbe giusto fare un salto indietro e andare a ripescare quello che è stato il primissimo “mockumentary” horror, ossìa quel “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato che ha sconvolto migliaia di persone e che ancora oggi è considerato un must della cinematografia di genere.

B. La prima volta che l’ho visto mi ha lasciato senza fiato, ha un potenziale trasgressivo enorme ed è stato il primo tentativo di coniugare reale e irreale. Ha segnato un’epoca ed è uno degli esperimenti più estremi di sempre. Personalmente sono un esperto di “cannibal movie” e non posso fare altro che ammirare il suo effetto devastante. Il titolo è qualcosa di incredibile!! Cannibal e Holocaust… è come un pugno nello stomaco!

P. E’ come dire “Ufo Nazisti!” (scoppia la risata generale). Anzi chiamerò Ruggero e gli dirò se gli va di fare un film che si intitoli “Ufo Nazisti”.


Quali sono i vostri punti di riferimento per la letteratura horror?

B. e P. Una delle chiare influenze è senza dubbio Lovecraft, soprattutto per la scena finale dove avevamo pensato di inserire addirittura dei riferimenti diretti alla sua opera, ma poi abbiamo rinunciato. Il suo modo particolare di avvicinarsi al genere horror tramite il linguaggio epistolare, e la non sempre ricercata necessità di spiegare per forza l’origine del male, ci hanno guidato fortemente nella stesura e nella realizzazione della pellicola.

Quando e soprattutto è necessario che lo spettatore del genere horror non debba più domandarsi “questo è inverosimile”? Questo non dal punto di vista strettamente narrativo o motivazionale, quanto piuttosto partendo dalla domanda “è possibile che in quella situazione ci sia ancora l’interesse a filmare?”

B. Eravamo al corrente del rischio che si correva impostando la trama sull’uso di una telecamera in una situazione di estrema urgenza o di estremo terrore.
Coscienti di questo pericolo, abbiamo ovviato con degli stratagemmi, delle strategie lungo l’evoluzione del film, per giustificare l’uso della telecamera: come già detto, la ricerca avida e ossessiva dello scoop, la sensazione che sia quasi obbligatorio (eticamente) continuare a girare affinché gli altri fuori sappiano cosa stia succedendo, ma anche quasi per convincersi di essere ancora dei sopravvissuti (entrando in connessione con la realtà) e infine, soprattutto, la necessità di usare la telecamera per vedere al buio.

Il genere horror pare diventare un prodotto d’élite (al di là del caso mediatico che si può creare attorno ad esso), solo dopo svariati anni, quando esce dalla sua nicchia di appartenenza, diventando generalmente un cult movie, un esempio su tutti è parte della produzione artistica di David Cronemberg. È ancora così? Il vostro lavoro è ancora diretto ad un target preciso di pubblico?

B. Non credo che la nostra produzione, specialmente Rec, sia destinato appositamente ad un target (cosa che invece si potrebbe dire della saga Saw), lo dimostra il fatto che i due film che stanno incassando di più al cinema in Spagna siano proprio due produzioni (spagnole) horror, The Orphanage e Rec. Questo sottolinea attualmente come per questo genere non esista più un pubblico “specializzato”.

P. Inoltre ci sono splendidi film come Il Sesto Senso e The Others che, nonostante siano film di genere, hanno un forte elemento di melodramma, il che ha permesso loro un accesso di pubblico effettivamente più elevato. Per quanto riguarda registi come Cronemberg si può purtroppo dire che sono diventati di culto solo in seguito alla loro apertura verso la produzione di altri generi.

Articolo Cinema - Conferenza stampa del film "Nelle tue mani"


Fonte (www.nextplay.it)




L’incontro con i giornalisti organizzato subito dopo la proiezione in anteprima di “Nelle tue mani”, nuovo film del regista italiano Peter Del Monte (“Piso pisello”, “Compagna di viaggio”, “Controvento”), si apre con un accenno allo spostamento dell’uscita nei cinema, prevista inizialmente il 7 marzo (cosa che avrebbe permesso al film di rientrare per la corsa ai “David di Donatello”) e poi posticipata al 14 per via delle già troppe produzioni italiane programmate per quella data. In sala è presente lo stesso cineasta italiano affiancato dai due attori principali, Marco Foschi e Kasia Smutniak.

Il ruolo di Mavi è una delle chiavi fondamentali di tutto il film. Kasia, vuoi spiegarci come sei arrivata a preparare un personaggio tutt’altro che facile da metabolizzare?

K.S. Prima di presentarmi sul set per iniziare le riprese, avevo lavorato abbastanza nella costruzione di Mavi, mi ero fatta una mia personale idea riguardo le linee guida che avrebbe dovuto seguire il personaggio. Invece non appena ho iniziato a lavorare con Peter, ho capito che era meglio cancellare tutto e ripartire da zero, affidandomi completamente al regista, facendomi guidare letteralmente dalle sue intenzioni. Durante la realizzazione del film mia figlia aveva un anno e mezzo, cosa che mi ha particolarmente aiutato a girare con più naturalezza e sincerità le scene in cui ho a che fare con la piccola Caterina. Un ruolo incredibilmente difficile perchè Mavi è una ragazza che si affida all’istinto, agisce impulsivamente senza calcolare le benché minime conseguenze, anche se queste risultino deleterie per il suo equilibrio psicofisico : è simile alle volpi che abbandonano i loro cuccioli. Di casi così ce ne sono a migliaia, e non hanno a che vedere con la banale follia.


Teo invece si posiziona esattamente all’opposto di Mavi.

M.F. E’ senza dubbio un personaggio che ama mantenere il controllo delle sue emozioni, senza per questo non riuscire a provarle come la sua compagna. E’ sempre pronto a perdonare, anche le situazioni più gravi e imbarazzanti, e sa di rappresentare un punto fermo per gli altri. Preparando questo ruolo ho capito che Teo doveva essere innanzitutto molto predisposto all’accoglienza. Di solito non scelgo mai i lavori a scatola chiusa, esploro la sceneggiatura e cerco di carpire i tratti fondamentali del ruolo, e capita spesso che dicendo no ad alcuni registi il tuo nome venga tagliato definitivamente dalla loro lista, è un rischio che mi piace correre. Un attore dovrebbe sempre portare qualche cosa che vada oltre al personaggio, come ad esempio faceva Gian Maria Volontè.

P.D. Quello che intraprende Teo è un viaggio all’interno del caos e del disordine emotivo e psicologico, elementi a lui estranei essendo principalmente un uomo molto logico e razionale.
Citando un ottimo film visto di recente, fa un viaggio “Into the wild”, dove la componente selvaggia non è rappresentata dalla natura bensì dai problemi della stessa Mavi : è una completa immersione.

Come spiega la scelta di Kasia Smutniak, bellissima e molto pulita, per un ruolo dai tratti così aspri e disturbati?

P.D. Mi piacciono i contrasti, soprattutto il farli risaltare. Volevo sostanzialmente due spie : una rappresentata dal carattere turbolento e tempestoso, l’altra volevo che fosse la pulizia, la semplicità e il candore di una bellezza incredibile qual è quella di Kasia.

Qual’è stata la genesi della pellicola?

P.D. Oggi gran parte dei registi si trova a dare più o meno le stesse motivazioni riguardo le cause che li hanno spinti a occuparsi di un tema piuttosto che di un altro, privilegiando spesso un qualcosa che li abbia indignati. Invece una volta i film si spiegavano in maniera più astratta e indefinita nelle accezioni più positive dei termini, il gesto di una signora, il vento che scompone un cappello, visioni più che vere e proprie motivazioni. Ecco vorrei conservare sempre questo approccio.

Rappresentare un personaggio femminile così disturbato è una strada coraggiosa da intraprendere, da cosa è stata stimolata?

K.S. Ho sempre provato un certo fastidio nei confronti dell’idealizzazione della donna in molti film italiani. Si è sempre cercato di orientarsi all’analisi di una figura prettamente adolescenziale e quindi fin troppo ideale, le donne sono anche questo ovviamente, ma non solo. L’universo femminile è costellato anche di zone d’ombra che non hanno niente a che vedere con il lato dolce e immaginifico spesso propinato. Soffermarmi su tali aspetti mi ha aperto a riflettere su quella parte di tenebra che è propria dell’essere umano.

mercoledì 13 maggio 2009

Articolo Cinema - Conferenza stampa "Iron Man" di John Fraveau


Fonte (www.nextplay.it)



Si è svolto nella cornice dell’hotel “Hassler” di Trinità dei Monti l’incontro con la stampa del regista Jon Favreu e di una parte del cast di “Iron Man” (grande assente Jeff Bridges), una Gwyneth Paltrow in formissima, il più che pimpante Robert Downey Jr. e Terrence Howard. Dopo un’attesa febbrile durata più di mezzora, si presentano per le classiche foto di rito. Subito dopo è la volta di rispondere alle domande dei giornalisti accorsi alla sala-conferenze.

Nel film si coniugano tematiche serie quali il commercio ed il traffico d’armi insieme ad uno spirito ironico prettamente da commedia. Quale orientamento ha seguito per la realizzazione della pellicola?

J.F. Iron Man è prima di tutto un film d’intrattenimento. Non sono mai stato un cineasta politico e mai lo sarò. Francamente il mio punto di vista cambia ogni volta che leggo il giornale e nello sviluppare la storia ho pensato fosse giusto fare un quadro della situazione attuale, occuparmi di dinamiche che abbiamo imparato a conoscere principalmente attraverso i media. Tony Stark è quindi un personaggio in continua evoluzione, riflette su quello che fa e agisce di conseguenza. Compie una sorta di salto di coscienza sul quale ho voluto puntare nella scrittura della sceneggiatura

Dietro ogni grande eroe c’è sempre una grande donna. Signora Paltrow come giudica il ruolo di Pepper Potts?


G.P. E’ una sorta di coscienza di Tony, una donna leale e soprattutto presente nei momenti più difficili. E’ pronta a mettersi in discussione e raramente limita le azioni di Tony.

Robert Downey Jr., che ruolo ha avuto nello sviluppare sceneggiatura?


R.D. Quando arrivavo sul set Jon mi dava il copione della giornata e puntualmente accadeva che lo gettassi via (ride). Ci sedevamo a tavolino e cercavo di spiegare come mi sarebbe piaciuto interpretare alcuni aspetti del film e capitava spesso che riscrivessimo le scene direttamente sul set. Abbiamo avuto molte discussioni sulla preparazione della pellicola, cercavamo di capire come presentarlo al meglio al pubblico.


Sembra quasi che il film voglia insegnare che “eroi non si nasce ma lo si diventa”. Cosa ha da dire in merito signor Favreau?


J.F. Esistono due tipi di supereroi : quelli che ricevendo poteri magici dall’alto assurgono al ruolo di protagonisti, e quelli che come Iron Man maturano e capiscono da soli che è il momento di darsi da fare per diventarlo.

Quanto è importante la spiritualità per un attore?


G.P. Gli attori sono una sorta di canale, un veicolo che si trova a che fare con una fonte da indirizzare nella giusta maniera. Senza spiritualità il nostro lavoro non avrebbe una grande importanza.
R.D. C’è stato un bel “sentire” sul set, abbiamo fatto tutti dei piccoli sacrifici e ci siamo confrontati con un approccio più “monastico” che “hollywoodiano”, parlavamo spesso sottovoce per collegarci emotivamente l’un l’altro. (Concludendo inserisce una piccola parentesi : “pensavo che i giornalisti italiani avrebbero accolto il film con più ostilità”).

Le piacerebbe lavorare nel cinema italiano signora Paltrow? E poi in base a cosa sceglie le sue sceneggiature?


G.P. Avete una grande ricchezza in Italia. Ricordo che otto anni fa girai alcune scene a Roma e Ischia, da quella volta non ho più avuto a che fare col vostro paese ma ci tornerei volentieri per lavorarci. Per quanto riguarda le sceneggiature, avendo due bambini piccoli ho meno tempo di prima e devo trovare un equilibrio fra la mia carriera e la vita privata, quindi spesso cerco di valutare bene le proposte e di scegliere ruoli che magari non ho mai fatto prima, qualche ruolo o storia particolare.

“Iron Man” fa parte di quella serie di personaggi dei fumetti meno noti al grande pubblico, anche se apprezzatissimi dai lettori. Come avete dato tutta questa visibilità al film?


J.F. Negli Stati Uniti pochissime persone conoscevano “Iron Man” e devo dire che è stata grande sfida, volevamo in qualche modo educare il pubblico. Ci siamo confrontati con alcuni fans di “Iron Man” e tramite il web abbiamo fatto girare tanto materiale. Un cast così stellare ha poi fatto il resto.

Articolo Cinema - Tavola rotonda con Rob Cohen

Fonte (www.nextplay.it)


E’ un Rob Cohen rilassatissimo ed in piena forma quello che ci accoglie al tavolo allestito per l’occasione all’hotel Eden di Roma…

Innanzitutto è doveroso un commento riguardo il risultato ottenuto dal suo film al Box Office qui in Italia. Ha superato anche due mostri sacri come Al Pacino e Robert De Niro…

E’ una grandissima soddisfazione. Ho tre gemelli che sono per metà italiani e commento questo risultato eccezionale al box office con una punta d’orgoglio. Lasciando stare le chiacchiere devo dire che ho veramente apprezzato il film della super coppia. La mia Mummia però è soprattutto un film che diverte e deve essere anche visto in quest’ottica. Fare paragoni con “Sfida senza regole” potrebbe risultare alquanto fuori luogo.

Questo terzo capitolo si richiama spesso ai classici film d’azione orientali, ossìa gli “Hong Kong Movies”…

Esattamente. Mi hanno influenzato molto nella realizzazione della pellicola. C’è molta più libertà d’azione rispetto alla cinematografia americana, dove i colpi sono estremamente prevedibili e programmati secondo i clichè del genere. Gli “Hong Kong Movies” rappresentano una forma d’espressione molto più reale ed efficace, basti pensare al dinamismo estremo presente nei film di Jackie Chan.

Jason Scott Lee, Vin Diesel, Jet Li. Su che basi avviene la scelta degli attori?

Il ruolo dell’attore di film d’azione è una cosa incredibilmente delicata. Deve fare proprie due dimensioni: l’una attoriale e recitativa, l’altra principalmente fisica e dinamica. Pochi attori possiedono queste capacità e per fortuna penso di avere scelto sempre persone degne di questo doppio ruolo. Se poi si è alla ricerca di personaggi femminili che abbiano queste caratteristiche allora diventa un’impresa troppo ardua.

Da “Fast and Furious” alla “Mummia”. Che evoluzione hanno attraversato i suoi film?

Senza dubbio direi gli effetti speciali. Il numero di scene in cui sono presenti è cresciuto vertiginosamente. Questo terzo capitolo della Mummia rappresenta il film con più effetti speciali. In questo genere di pellicole più è complesso l’intreccio narrativo e più ci si affida all’ausilio dei visual effects.


Ha mai pensato di dedicarsi ad un progetto meno “oneroso” di quelli realizzati in precedenza?

Per prima cosa ho in mente di fare un sequel di “XXX” con Vin Diesel, avendo concepito sin dall’inizio la storia come un concept in due parti. Sarà in una forma ridimensionata rispetto al mio primo capitolo e soprattutto a quello con Ice Cube che è stato a mio avviso un grossissimo flop dal punto di vista artistico. Avrà delle caratteristiche simili a “Bourne Identity” per intenderci. In secondo luogo sto scrivendo un “family film” dedicato principalmente alle famiglie in generale: ovviamente l’ispirazione è arrivata senza dubbio dai miei tre splendidi gemelli.

Il finale del film accenna ad un ritrovamento di mummie in Perù. Ci si aspetta almeno un altro sequel…

Sì, sarebbe una cosa ancora più naturale dell’ambientazione in Cina. In oriente le mummie non hanno una storia, appartengono a delle culture lontanissime. In Perù invece la mummificazione è una pratica conosciutissima e praticata da molti secoli, rappresenterebbe un’ambientazione molto realistica ed efficace dal mio punto di vista. Vediamo a chi verrà affidato… su questo non posso dare certezze di alcun tipo, dovreste parlarne con la Universal…

Il governo cinese ha preteso alcune “attenzioni” riguardo all’uscita del film…

Per prima cosa ha voluto che l’Imperatore Dragone non fosse chiamato col vero nome del primo imperatore cinese Qin Shi Huang, richiesta che si riconduce alla principale volontà del ministero cinese, ossìa il sottolineare fortemente che la storia trattasse argomenti di pura fantasia (il tema dei fantasmi è visto come un grosso tabù da quelle parti. NDR.).
Infine ci ha chiesto di non rappresentare la Grande Muraglia conferendole caratteri troppo moderni, bensì di ritornare all’immagine di secoli e secoli fa, rispettando la tradizione tanto cara al popolo cinese.

Dopo aver girato un video dei “Rammstein” e aver realizzato “Rat Pack” ( film televisivo sulle gesta di Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis), pensa di occuparsi di altri progetti che riguardino il mondo musicale?

Se mi occuperò di qualsiasi progetto che possa avere come base il mondo della musica, mi terrò bene alla larga dal rappresentare il solito clichè dell’ascesa e della immancabile caduta della rockstar di turno… Il tema dell’autodistruzione e della vita dissoluta fatta di droghe e ribellione ormai è trito e ritrito, basti pensare al recente “Walkhard”… Eplorerei invece tutti gli altri aspetti del mondo musicale.

Articolo Musica - Verdena "Requiem"


Fonte (www.nextplay.it)

Quando si parla dei Verdena non esistono mezze misure. O si amano alla follia oppure li si odia ciecamente. Sin da quando uscirono con il loro primo singolo "Valvonauta" (il cui video è ormai diventato storico), schiere di critici appassionati e detrattori infaticabili si sono divisi nei giudizi sul trio bergamasco. A tre anni dall'uscita del riuscitissimo "Il Suicidio dei Samurai", i nostri ritornano con l'album forse più eclettico della loro discografia, un mix di pesantezza derivata da ascolti di matrice "stoner" e psichedelia anni ‘70, il tutto filtrato attraverso una malcelata passione per i "quattro di Liverpool", ormai costantemente omaggiati da Alberto Ferrari. Elemento fondamentale di "Requiem" è senza dubbio la voce di Alberto che, a differenza dei lavori precedenti, risulta molto più versatile e aperta a varie influenze, come dimostra la zeppeliniana "Muori delay" e la granitica "Don calisto". "Non prendere l'acme Eugenio" (chiaro omaggio ai Pink Floyd già dal titolo) esplora territori noti alla band per chiudersi in un crescendo vibrante e molto "pestato". Anche l'altro fratello Ferrari è cresciuto dietro le pelli rispetto ai passati capitoli, rivelandosi maggiormente ispirato e poliedrico (vedere alla voce "Was?" per intenderci)."Canos" ha una struttura prettamente alla Queens of the Stone Age in cui trovano anche spazio inserti classicheggianti di chitarre (soprattutto si dà grande risalto alle liriche surreali di Alberto, ormai suo inconfodibile marchio di fabbrica), mentre "Il Gulliver" in quasi 12 minuti spazia dal grunge più violento fino ad arrivare ad atmosfere che ricordano il post-rock più emozionale. Due autentiche gemme acustiche con un chiaro approccio cantautorale sono la beatlesiana "Angie" e "Trovami un modo semplice per uscirne", entrambe prodotte insieme a quel mostro sacro di Mauro Pagani ( "Creuza de ma" vi dice qualcosa? ) che in fatto di arrangiamenti può essere considerato un vero e proprio caposcuola. Spetta a "Sotto prescrizione del dott. Huxley" l'arduo compito di chiudere l'album e bisogna dire che non sfigura per niente, anzi è uno dei brani più riusciti, una suite che testimonia la nuova evoluzione dei nostri, capaci di dar vita ad un sound che vaga tra riff granitici e morbidi echi floydiani. Con buona pace di chi continuerà ad affermare che sono un gruppo sopravvalutato e adatto a schiere di ragazzini in crisi esistenziale, i Verdena intanto hanno plasmato un suono e un'attitudine che poche band italiane possono riconoscere di possedere. Scusate se è poco.

Articolo Musica - Recensione "Il vuoto" Franco Battiato


Fonte (www.nextplay.it)

Dopo 36 anni di onorata carriera con all'attivo ben 31 album tra studio, live e raccolte varie, Franco Battiato dà alla luce "Il vuoto", nove tracce in cui riprende il discorso interrotto con l'ottimo "Dieci stratagemmi". Così come nel lavoro precedente, il cantautore siciliano sembra fare il punto della situazione attuale, descrivendo un mondo dominato da un costante senso di disagio, tra patologie artificiali (il singolo "Il vuoto" appunto) e la banalità del quotidiano ("I giorni della monotonia"). Bastano però gli splendidi affreschi pastorali di "Tiepido Aprile", il richiamo ai lieder ottocenteschi tanto omaggiati in passato di "Era l'inizio della primavera", e ancora il romanticismo di "Aspettando l'estate", per rifugiarsi temporaneamente dall'iniziale senso di alienazione. "The game is over" ricorda i migliori Bluvertigo, dove gli echi orientali sembrano voler dare una risposta a un interrogativo ricorrente ("Dov'è che stiamo andando?"). Gli ultimi due capitoli hanno il compito di completare la catarsi iniziata con "Niente è come sembra" (celebre monito buddhista), rivelando l'anima più trascendente di Battiato : mentre mostra i lati peggiori di una realtà che si sta perdendo in tanti piccoli "vuoti", c'è sempre tempo per ricordarci che "il cielo è primordialmente puro ed immutabile, mentre le nubi sono temporanee"…