mercoledì 3 giugno 2009

Articolo Musica - Nick Drake "Five leaves left"




















Fonte (www.nextplay.it)

L'anno d'uscita è il '69. E' facile allora pensare a Woodstock, primo evento ad avvicinare definitivamente il rock ad un pubblico di massa, oppure all'esplosione di quell'hard rock inglese che sarà idolatrato da migliaia di "headbangers" (il trio magico "Led Zeppelin", "Black Sabbath" e "Deep Purple"), senza dimenticare "Abbey Road", ultimo vero disco dei Beatles, autentici maestri in fatto di successo e fama pop. Invece al posto della sconfinata fattoria di Bethel, invasa da cinquecentomila persone in nome del "peace and love" e della voglia di rivoluzionare un mondo intero, bisogna spostarsi a sud di Birmingham, nel tranquillo villaggio di Tanworth in Arden, un paesaggio bucolico quasi incontaminato dove Nick passa la sua infanzia e la sua tarda adolescenza a contatto con la natura, mentre ai singoli e alle scalate da classifica dei "Fab Four" fa da contraltare una vita lontana dai riflettori e dagli eccessi (non esiste alcun video di qualsivoglia canzone nè tantomeno è mai stato pubblicato un singolo) con la costante dell'incapacità comunicativa di un mondo interiore fin troppo sensibile e tormentato. Una tappa cruciale è l'esibizione di Drake ad un piccolo concerto di beneficenza alla RoundHouse di Londra, dove il bassista dei "Fairport Convention" Ashley Hutchings, mentre vaga fra il pubblico, viene attratto dal carisma e dalla personalità di questo diciannovenne al punto da affermare : "Strideva piacevolmente con quello che succedeva a quei tempi.Era un'epoca di eccessi e lui si esibiva con una estrema semplicità." Lo segnala al suo produttore Joe Boyd a fine serata, il quale dopo aver ascoltato un demo di quattro tracce, non esita a proporgli un contratto discografico. Nell'estate del '68 iniziano le registrazioni di "Five Leaves Left", esordio assoluto a soli ventanni. Il giovanissimo Nick si dedica anima e corpo alla realizzazione dell'album, coadiuvato dall'esperto tecnico del suono John Wood e dal suo produttore che gli consiglia Richard Hewson come arrangiatore dei pezzi.

Drake sa che l'arrangiamento dei suoi brani, eseguiti chitarra e voce, è fondamentale alla riuscita del sound che ha in mente, per questo licenzia Hewson chiamando il suo vecchio compagno di college Robert Kirby, anche lui nemmeno ventanni e assoluto esordiente, capace però di assecondare al meglio il talento di Nick. La registrazione di "Five Leaves Left" dura circa un anno e Kirby lavora in maniera maniacale insieme ad una sezione d'archi di quindici elementi, arrangiando alla perfezione l'ossatura di ogni singola canzone. Quando si ascolta per la prima volta la voce di Drake, si rimane in qualche modo piacevolmente schockati. La delicatezza del suo timbro sembra accarezzare tutto ciò che lo accompagna : è come fare un viaggio fra i colori tenui e impalpabili che solo certi luoghi come la campagna in cui è cresciuto possono avere. I colori e gli elementi naturali si ritrovano spesso all'interno delle immagini evocate dai suoi testi, ad esempio citando "Way to blue" : "Have you seen the land living by the breeze, can you understand a light among the trees, tell us all today if you know the way to blue". Le tematiche riflettono le difficoltà nel rendere partecipi gli altri del suo immenso universo emozionale, trovando unico rifugio nel mezzo espressivo più funzionale (le canzoni) e nella narrazione di storie legate indissolubilmente al suo passato. In "Cello Song" la forza delle immagini è ingenuamente affascinante : "while the earth sinks to its grave, you sail to the sky on the crest of a wave", mentre nella conclusiva "Saturday Sun" il sole arriva senza avvisare e la gente colta di sorpresa si trova in un dolce imbarazzo non sapendo cosa fare : "Saturday sun came early one morning, in a sky so clear and blue, saturday sun came without warning so no-one knew what to do."

Appena uscito, il disco non ha avuto un gran successo commerciale (il mercato di allora era in fibrillazione per tutto ciò che suonasse "dannatamente" rock). Pur esibendosi di spalla ai "Fairport Convention" e riscuotendo una grande approvazione dal pubblico, Nick abbandona frettolosamente il palco, dimostrando un palese disagio riguardo le performance live : al rumore dei fans che urlano e sbraitano all'interno di location troppo dispersive, preferisce uno sgabello, una chitarra e qualche amico (qualche anno più tardi si chiuderà in un vero e proprio isolamento). Questi tratti assoluti del suo essere andranno via via estremizzandosi trovando la loro perfetta collocazione nel suo terzo album "Pink Moon", datato 1972, suo indiscutibile capolavoro ed espressione unica di questo dramma esistenziale. Lascia scorgere quella che sarebbe potuta essere la sua incredibile evoluzione musicale, se solo non avesse trovato a soli 26 anni il tragico epilogo. In vita pochi si accorsero del suo talento cristallino mentre oggi è considerato uno dei più rivoluzionari songwriter mai esistiti, vantando schiere di ammiratori e fans travolti da una passione che definire viscerale è un eufemismo. D'altronde come profetizzava Nick in "Fruit Tree" : " Fame is but a fruit tree so very unsound, it can never flourish till its stalk is in the ground. So men of fame can never find a way, till time has flown far from their dying day".

Articolo Musica - Dead Can Dance "The serpent's egg"














Fonte (www.nextplay.it)

Discendenti diretti della scena dark londinese che annovera tra le sue fila mostri sacri quali "Joy Division", "Bauhaus" e "Siouxsie and The Banshees", i "Dead Can Dance" hanno saputo allontanarsi dal punk che animava la proposta musicale di quei gruppi, approdando ad un'attitudine distante anni luce dai canoni più propriamente rock, risultando dei veri capiscuola per quanto riguarda tutto il successivo filone del "gothic". Lavoro dopo lavoro hanno assorbito centinaia di influenze diverse, dalla musica da camera al folk più mistico e tribale, dalla solennità dei canti religiosi al folk più antico, mescolando il tutto con reminiscenze rinascimentali e arrangiamenti cameristici. Quella dei DCD sembra quasi una missione volta al recupero di temi cari a epoche lontane (l'uso di strumenti oggi in disuso ne è una testimonianza lampante), dove la simpatia per la letteratura ed il folk europeo diviene meticoloso studio ed analisi appassionata. Se nel primo album erano stati paragonati alle atmosfere eteree dei "Cocteau Twins" più sognanti, con il passare degli anni ogni capitolo ha aggiunto qualcosa all'universo DCD, passando per il capolavoro "Spleen and Ideal" e arrivando al nostro "The Serpent's Egg" datato 1988. Brendan Perry e Lisa Gerrard si dividono le parti, l'uno più propenso ad un approccio cantautorale, l'altra spesso immersa in divagazioni mistiche che valorizzano appieno la sua straordinaria forza evocativa. L'iniziale "The Host of Seraphim" è una dichiarazione d'intenti : nessun fronzolo e arrangiamenti ridotti all'osso per preservare l'impronta solenne e religiosamente perfetta conferitagli dal canto della Gerrard. Con "Severance" Perry raggiunge forse il suo apice assoluto, sia musicalmente che per quanto riguarda le liriche, un synth immaginifico accompagna una storia narrata con tono profetico e sommesso insieme ("Omen signs in the shapes of things to come. Tomorrow's child is the only child").

Lisa Gerrard firma "The writing on my Father's hand" e "Chant of the paladin", la prima sospesa fra echi arabeggianti, la seconda un vero e proprio mantra ipnotico catapultato in ambienti medievali che influenzerà gran parte dell'odierno "folk marziale". "Mother Tongue" si appropria dei più primitivi ritmi tribali africani fondendoli con echi di matrice balcanica. "Ulysses" è un'altra splendida storia in musica da parte di un Perry quanto mai epico, un inno al risveglio universale e all'abbandono di qualsiasi remora esistenziale :"John Francis Dooley, wipe the sleep from your eyes and embrace the light, you have slept now for a thousand years beneath starless nights and now it's time for you to renounce the old ways and to see a new dawn rise. Just like Ulysses on the open sea on an odyssey of self-discovery". Come lo ha già definito la Gerrard, Perry non è solamente un grande artista ma una sorta di "antropologo del suono", che col passare del tempo, ha affinato e maturato le sue conoscenze fino a raggiungere soluzioni musicali mai sperimentate prima. Il connubio fra i due supera qualsiasi canone tradizionale di scrittura, e nei loro live raramente eseguono brani della loro discografia, lasciandosi piuttosto trascinare da temi sonori improvvisati. Per inquadrare in un'ottica definitivamente assoluta l'operato dei DCD in tutti questi anni, bisogna riesumare un'intervista di Ivo Watts-Russell (titolare della storica etichetta londinese 4AD) che, cercando di spiegare l'attitudine fondamentale del loro progetto, riesce a regalare forse una delle più belle gratificazioni per chi compone musica :"Sono venuto a sapere che da quando i Dead Can Dance si sono separati, Brendan ascolta musica, vecchia musica rock, e possiede un'impressionante collezione di CD. Mentre lavoravo con loro, non ho mai avuto l'impressione che Brendan e Lisa ascoltassero qualcosa. Sembravano essere nel loro mondo."

Articolo Musica - "Joanna Newsom and the Ys street band"




















Fonte (www.nextplay.it)

L'uscita dell'Ep "Joanna Newsom and the Ys street band" è un ottimo pretesto per fare un salto indietro di un anno, quando la giovane cantautrice californiana diede alle stampe la sua opera più complessa e ambiziosa che risponde al nome di "Ys". Mi sembra giusto spendere almeno due parole riguardo l'ultima uscita, un Ep con una traccia inedita e due brani provenienti dai primi due lavori riproposti con arrangiamenti diversi dagli originali. Il titolo è una parodia in salsa "springsteeniana" che rende omaggio alla celebre "E street band" del "Boss", senz'altro l'influenza meno palese che viene in mente ascoltando le composizioni di Joanna.

"Colleen" (la traccia inedita) ci restituisce l'anima più folk della Newsom, in bilico tra le tanto care sonorità irlandesi e un'atmosfera epicamente malinconica. Molto più soft l'adattamento di "Clam, Crab, Cockle, Cowrie", brano ripescato dall'esordio di "The milk-eyed mender", una ballata che sa di fiaba. Chiude l'Ep la rivisitazione di "Cosmia", traccia conclusiva del già citato "Ys", qui riproposta con l'aggiunta di alcuni strumenti tra cui una fisarmonica che si destreggia abilmente sia nelle parti prog che in quelle più trasognate. Ma è di "Ys" che bisogna parlare, a cominciare dai nomi illustri che hanno partecipato alla realizzazione dell'album, Steve Albini (Shellac) per quanto riguarda la registrazione di voce e arpa, e Van Dyke Parks (compagno di viaggi psichedelici e sperimentazioni a tutto tondo di Brian Wilson dei Beach Boys) per le orchestrazioni e gli arrangiamenti d'archi. La Newsom con "Ys" ha saputo allontanarsi dalle facili etichette che le erano state affibbiate dalla critica dopo l'esordio, ossìa l'appartenenza a quella scena "new folk" di cui fanno parte anche "Cocorosie" e il menestrello "Devendra Banhart" che l'ha voluta con sè nei tour degli scorsi anni. Il salto più grande Joanna lo compie abbandonando i tradizionali canoni di forma canzone per approdare a vere e proprie composizioni teatrali in musica, racconti visionari che fanno volentieri a meno della canonica alternanza strofa - ritornello, dove protagonista assoluta è l'incredibile voce della Newsom.

Si sono sprecati molti paragoni con Bjork ma ciò che contraddistingue Joanna, oltre ad un timbro rarissimo, è il saper scandire con un'incredibile naturalezza i diversi piani narrativi dei suoi racconti, emotivamente intensissime con un approccio drammaticamente teatrale le parti dialogate, piene di epicità e trasporto quelle che accompagnano gli spostamenti e le azioni dei personaggi in scena. E' un continuo susseguirsi di visioni psichedeliche sorrette dall'accompagnamento dell'arpa della Newsom e soprattutto degli archi di quel Van Dyke Parks che in quanto a colonne sonore e arrangiamenti è secondo a pochi. Prendendo spunto dalla leggenda di "Ys", isola magica dove una sirena ammalia col suo canto i marinai che si avvicininano ad essa, dà vita a cinque suite della durata media di dieci minuti dove un lessico molto ricercato, di frequente si incontrano termini che sanno di neologismo, siaccompagna a sceneggiature ibridate a metà fra "Hans Christian Andersen" e "Tolkien" (scusate l'azzardo). Racconti che lasciano sospesi a mezz'aria, scene bucoliche in cui i colori della natura che fa da sfondo alla narrazione sono descritti sapientemente dagli strumenti (l'arpa che mima il crepitio del fuoco che lentamente si allontana, "fire moves away..", in "Only skin" è uno dei momenti più riusciti dell'album). Un lavoro di non facile ascolto che una volta metabolizzato difficilmente lascerà indifferenti, come dopo essersi risvegliati da un sogno che sa di fiaba.

Articolo Cinema - "Shine a light" Martin Scorsese













Fonte (www.silenzioinsala.com)

Nel lontano 1966, proprio mentre i Rolling Stones si trovavano nel bel mezzo del decennio che li consacrò in maniera definitiva e universale come l’ineguagliabile incarnazione del famigerato “Sex, Drugs and Rock’n’Roll”, un giornalista pose per la prima volta a Mick Jagger una domanda che sarebbe divenuta una fastidiosa costante negli anni a seguire: “E’ vero che questo sarà l’ultimo tour dei Rolling Stones?”. Rileggendola oggi fa un certo effetto, visto che “le pietre rotolanti” suonano, cantano, ballano e soprattutto sudano ancora sui palchi di mezzo mondo a 46 incredibili anni di distanza dal loro debutto live al “Marquee” di Londra. Ben poche persone immaginavano ai tempi che la band potesse reggere così tanto in nome del sacro “rock’n’roll”, pensando che una vita così piena di eccessi e vizi celasse dietro di sé un declino lento e inesorabile.

Shine a Light si prende gioco di tutte queste congetture. Pensato da quell’istrione di Scorsese come un regalo alle migliaia di fans degli “Stones”, riesce a conferire un valore che sa di testamento nei confronti di una delle band più influenti della storia della musica, immortalandola dal vivo (nella dimensione che li riassume meglio di qualsiasi altra) al “Beacon Theater” di New York. Il regista americano non è affatto nuovo a lavori di questo genere, essendo stato aiuto regista del più famoso e storico documentario musicale mai esistito (Woodstock), e avendo curato il documentario su Dylan No Direction Home. Prima di lasciare spazio alla musica, Scorsese si sofferma sulla organizzazione del concerto e su una preparazione alquanto travagliata della scaletta, mentre i membri della band sono ritratti in un backstage denso di fumo e buon umore. L’apertura è affidata alla chitarra elettrica di Richards in un tripudio di luci, fiamme (come preventivato dallo stesso Scorsese prima dell’inizio) e una coreografia degna dell’evento che sta incorniciando. L’entrata in scena di Mick Jagger (definirlo in forma è un chiaro eufemismo) ci ricorda il perché sia considerato uno dei frontman più energici ed esplosivi di sempre, un vero e proprio animale da palco che distribuisce da più di 40 anni adrenalina pura a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vederlo sculettare nelle sue storiche performances. Keith Richards sembra fare l’amore con tutti quelli che lo circondano sopra e sotto il palco, viene da pensare che se non fosse stato una rockstar avrebbe sicuramente fatto l’attore (cosa che non si è fatto scappare vista la sua interpretazione nel seguito dei Pirati dei Caraibi). Degne di nota le partecipazioni di un inizialmente imbarazzatissimo Jack White (White Stripes), un sorridentissimo Buddy Guy che riesce a trasportare in uno stato di trance blues il sempre ciondolante Richards elargendo tonnellate di assoli direttamente provenienti dal Delta del Mississippi, e una esplosiva (non solo per le doti canore) Christina Aguilera. Qua e là c’è anche spazio per delle memorabili interviste ritraenti il più delle volte Mick Jagger e Keith Richards alle prese con la classica battaglia giornalista - rockstar, dove risposte allucinate e fortemente ironiche al limite del paradosso sembrano l’unico modo per sottrarsi all’abituale gogna mediatica.

Shine a Light è il manifesto di una band che non ha mai sottovalutato il contatto diretto con il pubblico, considerandolo invece fonte costante ed inesauribile di energia anche quando artisti storici (vedere alla voce Bob Dylan o Beatles, per intenderci) rinunciavano alle esibizioni dal vivo, in favore di contratti da studio molto più rassicuranti di estenuanti tournée su e giù per il mondo. Jagger una volta disse: “Non voglio essere un cantante rock per tutta la vita. Non potrei sopportare di finire come Elvis a cantare per migliaia di casalinghe disperate e vecchie signore immobili. E’ veramente deprimente”. Vedendo il suo stato di forma attuale si potrebbe senza dubbio asserire che quella predizione apocalittica è molto lontana dall’avverarsi: se oggi guardando i Rolling Stones dimenarsi sul palco con la stessa foga e le stesse “cattive” intenzioni di decenni fa non si grida al miracolo, poco ci manca. D’altronde “that’s only rock’n’roll”.

Articolo Cinema - "Maradona di Kusturica" Emir Kusturica












Fonte (www.silenzioinsala.com)

Lascia senza dubbio il sorriso sulle labbra questo documentario-biografia del calciatore che più ha fatto parlare di sé durante e dopo la sua carriera, quest'ultima più simile ad un’odissea (proprio lui novello Ulisse in viaggio fra Sudamerica, Europa e la tanto amata Cuba) costellata da ascese e cadute fulminee piuttosto che ad una storia di calcio come tante altre. Quando si sposta l’obiettivo sul “Pibe De Oro” si è ben consci che il pallone è soltanto uno sfondo da cui partire per analizzare prima di tutto uno splendido fenomeno sociale.

Eccellente nella realizzazione di un’idea tutt’altro che facile (parlare di Diego Armando Maradona da un punto di vista diverso e meno calpestato da altri media) , Kusturica riesce a fornirci l’essenza più profonda del campione argentino, la multiformità, il genio e la voglia di viaggiare tanto cari all’eroe omerico di cui sopra, consegnandolo di diritto (se ce ne fosse ancora bisogno) nel limbo degli dei. “La mano de Dios” diventa un’espressione di protesta, un grido rivoluzionario di una nazione in ginocchio che vede nella sua persona e nel calcio l’unica possibilità di riscatto agli occhi del mondo. E’ un viaggio nell’anima, nella mente e nei ricordi di un uomo e del suo popolo. Se il fondo monetario internazionale ha umiliato e annichilito paesi come l’Argentina e la Serbia, il riscatto matura nella sera del 22 giugno 1986, quando grazie all’aiuto del suo multiforme ingegno (la “Mano de Dios”) e al suo talento inumano, Maradona sconfigge da solo la potente armata britannica in tempi in cui “Le Malvinas” accecavano d’odio gli argentini nei confronti dei soprusi inglesi. Si vedono cosi i tre volti di quest’uomo: il più grande calciatore di tutti i tempi, il rivoluzionario anti Bush amico di Fidel Castro e l’amorevole, devoto marito e padre di famiglia pentito, distrutto ed amareggiato dai trascorsi del suo passato (toccante il monologo sulle occasioni perse per via della sua dipendenza dalla cocaina). Durante tutto il docu-film si ha la sensazione di veder nascere e svilupparsi una profonda amicizia e stima tra Emir Kusturica e Maradona. I due iniziano a conoscersi e a raccontarsi senza bruciare le tappe (da ricordare l’accoglienza fredda di Diego nei confronti di Emir la prima volta che si sono incontrati in uno show televisivo).

Da una parte i pensieri, le idee e le critiche senza censure di un uomo che non teme l’ostilità dei potenti e che non deve a nessuno tutto ciò che ha avuto. Dall’altra il suo popolo, che lo venera e che crede profondamente ed esasperatamente in lui, meravigliosamente rappresentato dai quadretti della “Iglesia Maradoniana” (culto che si protrae dal 2000) e dall’accoglienza assurda riservatagli apposta dai fedeli napoletani al suo arrivo nella città partenopea. Appena usciti dal cinema si hanno due inconfutabili certezze: la prima (suggerita deliziosamente da Kusturica nell’incipit del film) è che Maradona se non avesse fatto il calciatore sarebbe sicuramente diventato un attore più che degno. La seconda è che sarebbe risultato difficile operare un lavoro di fiction su una vita che già di per sé rappresenta un esempio incredibile di spettacolarità, emozione e profondità. Grande merito al folletto Kusturica per averlo capito. Chapeau.

Articolo Cinema - "Go go Tales" Abel Ferrara






Fonte (www.silenzioinsala.com)

L’idea di raccontare gioie (per gli occhi sicuramente), dolori e disavventure di un “go go” cabaret, meglio conosciuto come “nightclub”, era già venuta all’Andrew Bergman di quello Striptease che attirò su di sé critiche e infamità di ogni sorta (sorte migliore non tocco neppure a Showgirls), inanellando record di premi di demerito che lo hanno introdotto a pieno titolo fra le peggiori creature “hollywoodiane” (ricordarsi qualcos’altro oltre le curve di Demi Moore risulta compito assai arduo). Abel Ferrara si cimenta così con le atmosfere di una Manhattan interamente ricostruita a Cinecittà, affidando ad uno dei suoi interpreti più fidati (Willem Dafoe) il ruolo di Ray Ruby, impresario a capo del Paradise club, una specie di night a conduzione “pseudo-familiare” dove le persone che ci lavorano, tra pregi e difetti, si conoscono e si osservano l’un l’altro da anni. Accompagnano Ray il contabile Jay (Roy Dotrice), il fidato Baron (Bob Hoskins), il fratello - nonché principale finanziatore - Jhonie (Matthew Modine) e uno stuolo di incredibili bellezze a formare la scuderia di “lap dancers” (Asia Argento, accompagnata dall’ormai celeberrimo rottwailer, e una Bianca Balti che definire bellissima è senza dubbio un eufemismo, spiccano su tutte).

L’intento di Ferrara è quello di dar vita ad una commedia tinta qua e là di pennellate noir puntando sul brio e sull’esperienza di attori navigati quali Dafoe e Hoskins, in grado spesso e volentieri di fare la differenza. Eppure non basta la buona prova della maggior parte del cast a sorreggere una sceneggiatura quasi sempre piatta, sviluppata sin troppo rapidamente e in maniera frettolosa anche quando meriterebbe di essere approfondita in quelle poche ma buone intuizioni. Altra grossa lacuna è quella di aver dato alla pellicola un ritmo che stenta a decollare o ad incanalarsi verso una direzione definita. Sembra così di assistere ad un’opera il cui intento sia quello di sviluppare due temi (quello del noir e quello della commedia) senza per questo riuscire a fare centro nell’uno né l’altro, dando più volte l’idea di una costante approssimatezza formale. E’ difficile riuscire a ricordare un guizzo o una scena che prevalga sulle altre, e ben poco rimane di quell’ambiguo e malsano approccio che tanto ha affascinato nella filmografia di Ferrara.

Tra le note positive si può citare il lavoro sulla fotografia di Fabio Cianchetti che aveva incantato già con The Dreamers e quello di scenografia che ricostruisce alla perfezione l’atmosfera di una New York anni 40 immersa in una vita notturna degna delle migliori copertine di Tom Waits. La regia di Ferrara è impeccabile come sempre anche se non riesce a risollevare le sorti complessive del film che rimane ancorato nei sui continui alti (pochi) e bassi. Insomma, non si toccano i pessimi livelli dei film citati nell'incipit della recensione, ma si può dire che il nostro non si sia sforzato poi così tanto nell’allontanarsi da quegli infami esempi. Provaci ancora Abel…

Michelangelo Strati

giovedì 14 maggio 2009

Articolo Cinema - "Iron Man"





Fonte(www.nextplay.it)


Realizzare un adattamento cinematografico di un fumetto Marvel è cosa ardua si sa, si rischia di deludere in primo luogo gli appassionati e i fans più incalliti oppure di proporre un prodotto privo di interesse impelagandosi in questioni riguardanti verosimiglianza e fedeltà traspositiva. Immaginiamoci poi se il personaggio in questione non abbia mai beneficiato di attenzioni da parte di alcuna produzione hollywoodiana e si debba fare i conti con un’evoluzione psicologica e stilistica enorme, affrontata gradualmente in circa 600 numeri di fumetto.

Appare allora convincente l’idea di Jon Favreau e della coppia di sceneggiatori Fergus-Ostby, Marcum-Holloway, di occuparsi della nascita di Iron Man. Se nel fumetto di Stan Lee il miliardario Tony Stark testava le sue potentissime armi in Vietnam, la pellicola traspone il tutto in un decisamente più odierno Iraq, dove il titolare della Stark Industries si trova ostaggio di alcuni guerriglieri che gli ordinano di costruire per loro la sua ultima devastante creazione militare. E’ proprio lì che Tony darà vita alla potentissima armatura che gli permetterà di sfuggire ai suoi sequestratori, un Iron Man ancora grezzo ma efficacissimo ed incredibilmente fedele al disegno originale. Come già accennato, il profilo psicologico del personaggio ha subìto decine e decine di variazioni nel corso del tempo, arrivando verso la fine degli anni ’80 al rifiuto di considerare ancora la Stark Industries una macchina da guerra. La sostanziale conversione “pacifista” (dettata in primo luogo dall’esperienza vissuta in Iraq in mezzo a ordigni costruiti proprio dalla sua industria bellica) e i relativi dissidi interni provenienti dalla coscienza di un Tony ormai deciso a lasciarsi alle spalle l’esempio paterno, sono elementi che Favreau inserisce in una storia che indubbiamente porta con sé alcune pecche narrative, scadendo a volte in banali e troppo affrettate semplificazioni. Per chi si aspettasse esplosioni adrenaliniche a getto continuo e combattimenti senza esclusione di colpi bisogna dire che gli episodi di azione non saturano le due ore di pellicola, bensì vengono distribuiti insieme a tanta comicità (cosa che farà apprezzare il film anche ai “non addetti ai lavori”).
Robert Downey Jr. viaggia ad altissimi livelli (una menzione particolarmente positiva è da riservare alle esilaranti prove tecniche nella elaborazione della “pacchiana” armatura giallorossa) e viene difficile pensare ad un altro attore per il ruolo da protagonista (la scelta era ricaduta su Tom Cruise che ha poi rinunciato), presenza scenica perfetta, carisma e tempi comici da attore navigato nonchè impersonificazione totale in Tony Stark (da segnalare anche l’anomala eppur intrigante interpretazione di Jeff Bridges-Obadiah Stane, mentre lascia un po’ a desiderare la Paltrow-Pepper Potts che tuttavia si salva grazie al suo incredibile fascino). Se come dicevamo gli elementi di comicità e i dialoghi ben curati saranno bene accetti da coloro che lettori di Iron Man non sono affatto, non rimarranno a bocca asciutta nemmeno i fans. L’elemento fumettistico infatti è molto ben curato, toccando l’apice massimo nella perfetta ricostruzione delle armature e negli episodi prettamente da action movie con effetti speciali degni dei migliori capitoli Marvel. Il finale getta basi più che fondate sulla preparazione di un sequel quanto mai necessario vista la mole di spunti che il personaggio suggerisce e, come recitano gli stessi distributori della pellicola, per ora godetevi due ore di “puro intrattenimento Marvel”.