mercoledì 13 maggio 2009

Articolo Musica - Verdena "Requiem"


Fonte (www.nextplay.it)

Quando si parla dei Verdena non esistono mezze misure. O si amano alla follia oppure li si odia ciecamente. Sin da quando uscirono con il loro primo singolo "Valvonauta" (il cui video è ormai diventato storico), schiere di critici appassionati e detrattori infaticabili si sono divisi nei giudizi sul trio bergamasco. A tre anni dall'uscita del riuscitissimo "Il Suicidio dei Samurai", i nostri ritornano con l'album forse più eclettico della loro discografia, un mix di pesantezza derivata da ascolti di matrice "stoner" e psichedelia anni ‘70, il tutto filtrato attraverso una malcelata passione per i "quattro di Liverpool", ormai costantemente omaggiati da Alberto Ferrari. Elemento fondamentale di "Requiem" è senza dubbio la voce di Alberto che, a differenza dei lavori precedenti, risulta molto più versatile e aperta a varie influenze, come dimostra la zeppeliniana "Muori delay" e la granitica "Don calisto". "Non prendere l'acme Eugenio" (chiaro omaggio ai Pink Floyd già dal titolo) esplora territori noti alla band per chiudersi in un crescendo vibrante e molto "pestato". Anche l'altro fratello Ferrari è cresciuto dietro le pelli rispetto ai passati capitoli, rivelandosi maggiormente ispirato e poliedrico (vedere alla voce "Was?" per intenderci)."Canos" ha una struttura prettamente alla Queens of the Stone Age in cui trovano anche spazio inserti classicheggianti di chitarre (soprattutto si dà grande risalto alle liriche surreali di Alberto, ormai suo inconfodibile marchio di fabbrica), mentre "Il Gulliver" in quasi 12 minuti spazia dal grunge più violento fino ad arrivare ad atmosfere che ricordano il post-rock più emozionale. Due autentiche gemme acustiche con un chiaro approccio cantautorale sono la beatlesiana "Angie" e "Trovami un modo semplice per uscirne", entrambe prodotte insieme a quel mostro sacro di Mauro Pagani ( "Creuza de ma" vi dice qualcosa? ) che in fatto di arrangiamenti può essere considerato un vero e proprio caposcuola. Spetta a "Sotto prescrizione del dott. Huxley" l'arduo compito di chiudere l'album e bisogna dire che non sfigura per niente, anzi è uno dei brani più riusciti, una suite che testimonia la nuova evoluzione dei nostri, capaci di dar vita ad un sound che vaga tra riff granitici e morbidi echi floydiani. Con buona pace di chi continuerà ad affermare che sono un gruppo sopravvalutato e adatto a schiere di ragazzini in crisi esistenziale, i Verdena intanto hanno plasmato un suono e un'attitudine che poche band italiane possono riconoscere di possedere. Scusate se è poco.

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