giovedì 14 maggio 2009

Articolo Cinema - Intervista a Jaume Balaguerò e Paco Plaza


Fonte
(www.nextplay.it)



L’ultima fatica dei registi spagnoli Jaume Balaguerò (“Nameless” e “Darkness”) e Paco Plaza (“Second Name”) intitolata REC, ospite lo scorso fine agosto al Festival di Venezia, uscirà nelle sale italiane il 29 febbraio. E’ la prima volta che i due lavorano a quattro mani per quanto riguarda il genere horror, essendo reduci dal documentario sul format televisivo “Operacion Triunfo” (OT). Nextplay era ovviamente presente all’anteprima del 18 febbraio presso il Teatro Adriano di Roma e non si è lasciata nemmeno sfuggire l’occasione di intervistare gli autori della pellicola, arrivati in Italia per una tre giorni di incontri con la stampa.

Una delle caratteristiche che rende “Rec” sostanzialmente diverso dalle recenti uscite horror di questo genere, è senza dubbio la lontananza dall’effetto patinato e “hollywoodiano” presente di norma in questi lavori. Vi eravate stancati delle solite modalità tecniche e narrative?

P. E’ un film che nasce innanzitutto dal desiderio di avvicinarsi il più possibile alla realtà. Nasce da molte chiacchierate tra me e Jaume, passate cercando di capire come ottenere tali sensazioni di crudezza e di forte impressione nello spettatore, risultando il più diretti ed efficaci possibile. Abbiamo pensato che il linguaggio della televisione potesse rafforzare questo effetto, dal momento che gran parte delle persone vive immersa in questo mondo e conosce gli aspetti della realtà esclusivamente attraverso il mezzo televisivo. Narrare le vicende utilizzando gli strumenti del reportage ci ha portato a non servirci né di una colonna sonora, né di un montaggio e né di una sceneggiatura fissa e ancorata a vincoli troppo stretti di copione.

Paradossalmente le scene che riguardano la ricerca ossessiva dello scoop da parte della troupe, come l’intervista della reporter ad uno stanchissimo capo dei vigili del fuoco, l’entrata nella mensa dove abitudinariamente pranzano i pompieri, oppure le interviste agli inquilini dell’edificio, risultano shockanti quasi quanto le immagini cruente e impressionanti che di lì a poco si svilupperanno.

B. Tutti i giornalisti che lavorano in questo tipo di programmi hanno una particolare “avidità” nel cercare la notizia a tutti i costi, anche dove questa non c’è, sono come muli che vanno avanti a testa bassa. Per noi rendere riconoscibile questo aspetto mettendolo in risalto è stato di fondamentale importanza, per questo abbiamo scelto come attrice principale una giornalista vera e propria che da noi in Spagna fa un lavoro molto simile a quello del film.


L’uso del sonoro nel film ricopre un ruolo di primissimo piano. Disorientando a più riprese lo spettatore e lasciandolo in balia di una costante instabilità percettiva, non fa che accrescere il livello di tensione e di angoscia.

P. L’approccio rigoroso nei confronti della resa del film ci ha portato a concentrare esclusivamente le nostre forze nella lavorazione degli effetti sonori, vista l’assenza di musiche che aiutassero il dispiegarsi narrativo degli eventi. All’inizio i suoni sono quelli nudi e crudi delle riprese, volendo far abituare lo spettatore a quel tipo di ascolto, mentre col passare dei minuti il tutto diviene più cinematografico mediante l’uso di effetti integrati, ferma restando la volontà di far credere al pubblico che tutte le sonorità provengano esclusivamente dalla videocamera di Pablo.

La scena finale è un unico piano sequenza di una ventina di minuti circa. Si avverte un senso costante di claustrofobia che porta il pubblico a una forte partecipazione emotiva, difficilmente riscontrabile con queste modalità in altre pellicole di genere. Come avete fatto a mantenere così alto il livello di tensione?

B. Volevamo mantenere una dinamica costante nel mostrare gli eventi conclusivi. Senza dubbio un unico e solo piano sequenza, eliminando qualsiasi taglio o interruzione, ci ha aiutato enormemente nel conservare l’azione in un tempo reale: gli stessi attori dovevano vivere in primissima persona un solo dispiegamento spaziale e temporale. Tutto ciò è estremamente complicato, ci è voluto un progetto e un’organizzazione mentale incredibile. Sia il cameraman che gli attori dovevano lasciare ampio spazio alla libera interpretazione, non sapendo esattamente quali ostacoli si sarebbero presentati nel succedersi dei loro movimenti.



Per quasi tutta la durata del film lo spettatore non è mai pienamente consapevole di ciò che sta accadendo: più volte le riprese si interrompono nel mezzo di fasi concitate, riprendono in contesti differenti dai precedenti, l’audio non è sempre nitido (soprattutto nel finale). Tutti questi elementi, insieme ad una sceneggiatura “mobile”, fanno parte di un modo per certi versi nuovo di lavorare alla realizzazione di un film.

P. L’obiettivo primario era quello di non lasciare che lo spettatore si limitasse a guardare, bensì partecipasse attivamente agli stimoli proposti. La camera non è quasi mai fissa per via della costante mobilità dei personaggi, la tensione fa tremare la mano a chi riprende, facendo perdere e riacquistare i sensi in maniera altalenante. Per quanto riguarda la sceneggiatura abbiamo seguito più un approccio teatrale che cinematografico, e l’esempio della scena finale aiuta a capire quanto ci tenessimo a fornire un quadro il più imprevedibile e reale possibile. Fino a quando non abbiamo iniziato a girare la scena non sapevamo esattamente cosa sarebbe successo, ci siamo confrontati con la difficoltà di girare il tutto nella totale oscurità, né l’attrice né il cameraman sapevano della presenza di un altro individuo all’interno della stanza… l’unica nostra istruzione è stata quella di dire :” salite e cercate di sopravvivere”.

Molta gente riprende l’esempio di “The Blair Witch Project” accostandolo per il taglio da “mockumentary” a “Rec”. Sarebbe giusto fare un salto indietro e andare a ripescare quello che è stato il primissimo “mockumentary” horror, ossìa quel “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato che ha sconvolto migliaia di persone e che ancora oggi è considerato un must della cinematografia di genere.

B. La prima volta che l’ho visto mi ha lasciato senza fiato, ha un potenziale trasgressivo enorme ed è stato il primo tentativo di coniugare reale e irreale. Ha segnato un’epoca ed è uno degli esperimenti più estremi di sempre. Personalmente sono un esperto di “cannibal movie” e non posso fare altro che ammirare il suo effetto devastante. Il titolo è qualcosa di incredibile!! Cannibal e Holocaust… è come un pugno nello stomaco!

P. E’ come dire “Ufo Nazisti!” (scoppia la risata generale). Anzi chiamerò Ruggero e gli dirò se gli va di fare un film che si intitoli “Ufo Nazisti”.


Quali sono i vostri punti di riferimento per la letteratura horror?

B. e P. Una delle chiare influenze è senza dubbio Lovecraft, soprattutto per la scena finale dove avevamo pensato di inserire addirittura dei riferimenti diretti alla sua opera, ma poi abbiamo rinunciato. Il suo modo particolare di avvicinarsi al genere horror tramite il linguaggio epistolare, e la non sempre ricercata necessità di spiegare per forza l’origine del male, ci hanno guidato fortemente nella stesura e nella realizzazione della pellicola.

Quando e soprattutto è necessario che lo spettatore del genere horror non debba più domandarsi “questo è inverosimile”? Questo non dal punto di vista strettamente narrativo o motivazionale, quanto piuttosto partendo dalla domanda “è possibile che in quella situazione ci sia ancora l’interesse a filmare?”

B. Eravamo al corrente del rischio che si correva impostando la trama sull’uso di una telecamera in una situazione di estrema urgenza o di estremo terrore.
Coscienti di questo pericolo, abbiamo ovviato con degli stratagemmi, delle strategie lungo l’evoluzione del film, per giustificare l’uso della telecamera: come già detto, la ricerca avida e ossessiva dello scoop, la sensazione che sia quasi obbligatorio (eticamente) continuare a girare affinché gli altri fuori sappiano cosa stia succedendo, ma anche quasi per convincersi di essere ancora dei sopravvissuti (entrando in connessione con la realtà) e infine, soprattutto, la necessità di usare la telecamera per vedere al buio.

Il genere horror pare diventare un prodotto d’élite (al di là del caso mediatico che si può creare attorno ad esso), solo dopo svariati anni, quando esce dalla sua nicchia di appartenenza, diventando generalmente un cult movie, un esempio su tutti è parte della produzione artistica di David Cronemberg. È ancora così? Il vostro lavoro è ancora diretto ad un target preciso di pubblico?

B. Non credo che la nostra produzione, specialmente Rec, sia destinato appositamente ad un target (cosa che invece si potrebbe dire della saga Saw), lo dimostra il fatto che i due film che stanno incassando di più al cinema in Spagna siano proprio due produzioni (spagnole) horror, The Orphanage e Rec. Questo sottolinea attualmente come per questo genere non esista più un pubblico “specializzato”.

P. Inoltre ci sono splendidi film come Il Sesto Senso e The Others che, nonostante siano film di genere, hanno un forte elemento di melodramma, il che ha permesso loro un accesso di pubblico effettivamente più elevato. Per quanto riguarda registi come Cronemberg si può purtroppo dire che sono diventati di culto solo in seguito alla loro apertura verso la produzione di altri generi.

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